Mare si mare no: ONO, Colonie

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Tagliata di Cervia è a mezz’ora di macchina da qui. Da piccoli ci passavamo tutto il mese di agosto e ogni tanto mio babbo ci portava a giocare a mini-golf. A un certo punto c’abbiamo preso talmente gusto che abbiamo iniziato ad andarci anche con gli amici. O da soli, io e mio fratello. Che s’incazzava tantissimo quando doveva aspettare perché c’era la fila per una buca (il mini-golf andava molto alla fine dei ruggenti anni 80). Una volta c’erano dei ragazzini tedeschi che facevano casino, avranno avuto 12 anni. Dopo tre secondi di pazienza gli ha urlato OH BURDEL! FASEM BASTA? che in dialetto vuol dire “ragazzi, per cortesia, vi supplico in ginocchio, potreste fare un po’ più piano?”. Sarà stato l’effetto cassetta di South of Heaven degli Slayer che aveva comprato il giorno prima ma quei bambini hanno capito il romagnolo e si sono spenti.
Di sera, ogni tanto, andavamo a Cesenatico, o a Pinarella, ed era figo. La mattina, invece, la passavamo in spiaggia. Quando facevamo il bagno mio babbo ci diceva sempre di non asciugarci con il telo ma con una corsa sulla battigia. Era divertente, c’era solo una cosa: una leggenda famigliare raccontava dello zio Francesco, che aveva corso troppo in riva al mare e gli si era asciugato un occhio. Nessuno ci credeva, ma io e mio fratello non eravamo presi benissimo a correre.
Erano le estati in cui buttavamo su la videocassetta di Il secondo tragico Fantozzi a ripetizione e ridevamo per ore, ma erano anche gli anni in cui pure l’elettricista di famiglia di cognome faceva Fantozzi. Così, quando un giorno mia nonna suonò il campanello della casa di Tagliata e urlò “Bambini venite giù che c’è Fantozzi!”, noi, sul momento, rispondemmo “E chi se ne frega di Fantozzi?”. “Fantozzi l’attore!” disse lei.
WOW. E ci siamo fiondati. Stavano girando Rimini Rimini in un hotel lì vicino e per noi era un po’ come per mia nonna andare sul set di Ben Hur. In quell’occasione abbiamo imparato due cose. La prima è che gli attori se la tirano: Paolo Villaggio non ci degnò neanche di uno sguardo, voglio dire, ok che stai lavorando (lavorando..) ma un sorriso, un buffetto, qualcosa. Niente. La seconda è che al cinema, se dicono che un posto è Rimini, potrebbe essere anche Tagliata.
Tornando in spiaggia, una regola che la nonna usava per tarparci le ali era che prima di fare il bagno “dopo pranzo si aspetta tre ore”. Così, anche se dopo 10 minuti avevi la fotta di tuffarti e stare sei ore in acqua solo per disobbedire all’altra regola, quella delle dita raggrinzite,

(dita raggrinzite = fuori dall’acqua),

dovevi aspettare altre due ore e cinquanta, precise, anche se avevi mangiato un panino piccolo. Sennò morivi. Tanti i precedenti, l’esempio tipico era quello della signora a Cesenatico che l’altro giorno aveva mangiato una mela, aveva messo subito un piede in acqua e le era venuto un infarto. Col tempo le cose cambiarono in modo imprevedibile e a un certo punto si poteva fare il bagno subito dopo mangiato, prima che iniziasse la digestione, ma per poco. Un assaggino. Dopo un po’ ho iniziato a odiare tutti perché il bagno era l’unico momento in cui ero lontano dagli adulti, che ci guardavano da riva, e se durava poco era un pacco.
Il mio rapporto con Tagliata si è risolto in: fase 1, potrei essere ovunque, va bene anche qui; fase 2, odio; fase 3, mi piace tantisissimo. Che poi sono i classici cambiamenti rispetto a una scelta imposta dai genitori per molto tempo. I momenti di rabbia in acqua subito dopo pranzo erano il segno del passaggio alla fase due, durante la quale bevevo dei gran succhi di frutta all’albicocca sotto all’ombrellone e mia mamma urlava perché non stavo mai al sole. È quando la voce della Motonave Ghibli che passava ogni mattina a colazione ad annunciare in italiano e in tedesco la gita in alto mare smise di essere un divertimento e diventò un ritornello, tipo il giorno della marmotta. In quel periodo, mia nonna mi diceva sempre di non camminare in pineta a piedi nudi perché c’erano le siringhe drogate. E proprio in pineta, di fronte a una famiglia che faceva un picnic, ho capito che non avevo più voglia di stare lì. Era un posto per famiglie e lo snobbavo. Non m’interessava Riccione, volevo andare dov’erano le mie cose e i miei amici. Proiettavo me stesso in un futuro uguale a quello dei miei genitori, che stavano così bene a Tagliata, e mi sembrava impossibile.
A febbraio 2015 un’alluvione ha distrutto una parte della pineta. Una domenica mattina ci sono passato davanti e mi sono sentito spaccato in due. In quel momento, sono entrato nella fase tre.

Cesenatico e Pinarella erano le nostre colonne d’Ercole sulla Statale Adriatica: mai stati un metro più in là. Savignano e Gatteo a Mare erano a uno sputo ma li avevo sentiti nominare a mala pena. Ponente è la prima canzone del nuovo ep degli ONO, Colonie. È anche il nome che si usa per indicare la parte a ovest del porto canale di Cesenatico e le colonie sono quei casermoni dove i bambini trascorrevano le vacanze abbandonati dai genitori che se ne volevano liberare per un po’. Alcune sembravano le enclave di un regime lontano. Erano dappertutto, pullulavano di ragazzetti. Oggi gli stabili ci sono ancora ma molti sono in disuso.
Le storie degli ONO sono ambientate in tutti questi posti, che nella mia testa fanno parte di un solo passato. Quel pezzo di costa, isolato da quello che lo circonda, diverso da Milano Marittima e Rimini, bello per quello, senza movida ma con delle storie diverse, che ti portano ad avere voglia di calma e profondità.

Quando arrivarono i russi al mare
trovarono mia nonna stesa al sole,
pareo floreale, parole crociate, costume intero e cream solare
“dopo pranzo si aspetta tre ore”,
mio nonno in canottiera bianca a abbronzatura da muratore

Quando arrivarono i tedeschi in Riviera
cercavano spiagge e infinite e movida fino a sera
li vedevo beatamente fuori posto,
tornando dalla colonia, ormai è agosto
gli ombrelloni vuoti e le spiagge sgombre,
non ho ancora il diario per settembre.

(Ponente)

Nei primi 35 secondi, più che a Ponente di Cesenatico Ponente mi spedisce ai Caraibi. Ma basta una chitarra subito dopo per trasformare i Caraibi in Tagliata. Ponente è il punto di partenza. Poi c’è una parentesi, lunga due canzoni (Un uomo che dormeBabilonia), che sembrano raccontare la voglia di andare lontano da quel mare e di scrivere una cosa che non c’entri per forza col maledetto mare adriatico costa romagnola triste. E vengono fuori due pezzi sulla sensazione di dissociazione rispetto a quello che non mi piace, all’abitudine e a quello che non riconosco più come mio: Babilonia e Un uomo che dorme.
Il testo di Babilonia sembra non andare avanti mai. Rimane fermo, è un blocco pesante di parole che girano a vuoto. La ripetizione insiste sui pensieri di un tipo che mentre la tipa gli chiede di parlarle delle sue storie, lui pensa a come potrebbe spendere meglio il suo tempo e la risposta è da suo nonno. Babilonia procede come un blob che ingloba se stesso e cresce metro dopo metro. Usa le Hawaii come immagine del paradiso ma, alla fine, la conclusione è che è meglio altro. Le colonie per esempio.
Un uomo che dorme invece è un elenco di cose che fanno strippare. Mi posso riconoscere o no, fatto sta che la canzone monta così tanto che sul finale sono preso bene da un coro rassegnato, ma perfetto per ballare, che dice <che presa male, che presa male che c’è>. E questa cosa del coro irresistibile della presa male la trovo fortissima, nel senso che ha il fascino del bello e del brutto insieme. Questa sensazione di equilibrio sbagliato è il cuore del disco. Le canzoni potranno anche tentare di parlare d’altro, ma alla fine la sensazione che le domina tutte è la stessa che provi di fronte a questo mare.
E Risacca chiude il conto. Lo scopo di quello che hai imparato da un orto è capire dove termina il mare, dice il nonno. Va a finire tutto lì, non un metro più in là da quel pezzo di costa, quella parte di riviera che Riviera non è mai stata.

La musica di Colonie è elettronica, basso e chitarra distorti, batteria, cori e qualche tromba. Gli Offlaga Disco pax, i Diaframma e i Daft Punk potrebbero essere i riferimenti. La chitarra è quella che strippa di più e sembra proprio sociopatica, a volte tiene in piedi tutto, a volte lo insegue. A volte mi ricorda, e non era previsto per niente, quella dei Do Nascimiento. La voce più che altro parla e porta il rap dentro a post punk e new wave. Comunque, sarebbe sbagliato ridurre tutto a qualche genere, Colonie è l’esito di un’esigenza che va oltre il desiderio di fare un album senza troppo di prestabilito. Per esempio, quelli che oggi fanno un disco screamo, decidono di fare un disco screamo a priori e scrivono cose sulla base di quella decisione, accantonando la possibilità che potrebbe nascere qualcosa di diverso. Identificarsi in un genere può essere la morte della creatività. Gli ONO se ne tagliano fuori. Hanno fatto un disco un po’ parlato un po’ cantato un po’ vocoder, un po’ tastiere, con la batteria importante solo a volte e le chitarre emo, post rock o che all’improvviso si spaccano di assoli all’italiana (Risacca) o anni ottanta (Babilonia). In questo contesto musicale prende spazio il racconto. Denso tanto quanto autistico, scava in profondità e arriva a infilarsi nella parte del cervello che trattiene i ricordi, lo fa con così tanta insistenza da diventare famigliare per loro. È un livello di penetrazione abbastanza profondo, che usa i ricordi (dell’autore) per riportare a galla i ricordi (miei), quindi attiva un processo di associazione. Da questo metodo, che genera calore affettivo tra me e chi suona, scaturisce a volte la voglia scappare dal mondo descritto, a volte la gioia di farne parte. Il limite sta nel fatto che se non conosci questa parte triste della costa perdi un po’ del messaggio. Ma, alla fine, la sensazione generale è comune. Il racconto è mitico ma triste e tira fuori la caratteristica giusta, quella che, a una certa, molti finiscono per riconoscere come preferibile: la bellezza della desolazione.

Il disegno sulla copertina è di Francesco Farabegoli e mi ricorda la Motonave Ghibli.

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Willard Grant Conspiracy. Robert Fisher, l’ultima notte da solo

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La musica può anche essere un’ossessione degli altri. C’è stato un periodo, quando ero a Bologna per l’università, che frequentavo un gruppo di ragazzi calabresi che suonavano. Tentarono anche di tirarmi dentro al loro gruppo ma durò poco, perché non ascoltavamo le stesse cose e non volevamo fare le stesse cose. In realtà tutto finì perché un altro loro amico era molto più bravo di me a suonare la batteria. Avevo stretto amicizia soprattutto con due del gruppo. Dopo anni, uno è venuto addirittura a dormire a casa mia, i casi della vita. L’altro l’ho perso, so che suona ancora grazie a Facebook ma tutto qui. Non avevamo niente in comune, né gusti cinematografici né musicali né, a quanto pareva, opinioni sulle ragazze. A lui piaceva tantissimo Totò, che io non ho mai sopportato, e ne parlava di continuo, comprava un sacco di dvd e videocassette, praticamente tutto quello che usciva lungo lo stivale su Totò finiva in camera sua. Gli volevo molto bene. Una volta mi attaccò un pezza piuttosto lunga sul fatto che Fold Your Hands Child, You Walk Like A Peasant dei Belle & Sebastian, uscito da poco, non era il disco che si aspettava, che si era stancato di quella roba e non gli piaceva per niente. Eravamo fuori dalla Virgin di via Farini, io avevo appena comprato non so che disco, probabilmente una roba triste derivativa da Sparklehorse. A me non sembrava così male, il nuovo disco dei Belle & Sebastian. Una sera, ero andato con altri amici (quelli che ho ancora) a vedere gli Shellac all’Estragon. Qualche giorno dopo l’ho detto a Marco (si chiamava così) e lui mi ha risposto che non gli piacevano per niente e che io mi arenavo sempre su quei personaggi protagonisti del passato e non mi schiodavo. Erano tra le mie cose preferite, il concerto era stato molto bello, io non feci altro che dire che, certo, è difficile che ti piacciano gli Shellac visto che suoni la musica popolare calabrese. E avanti di questa per un può di tempo. Finché un giorno, dopo aver fatto l’esame di Letteratura Italiana I insieme, nel senso di uno di fianco all’altro di fronte al professore, ci vediamo alla prima lezione di Letteratura Italiana II e lui mi dice: Willard Grant Conspiracy. Ascoltali. Gruppo folk definitivo, dice. Ne avevo sentito parlare, anche perché ero un po’ in bomba con i Mojave 3 e gli anni erano quelli. Mi sembrava molto strano che gli piacessero, gli espongo la mia sorpresa, gli dico dei Mojave 3 e lui mi risponde: Willard Grant Conspiracy. Punto. Ok, si, lascio stare. Il giorno dopo ci rivediamo e lui mi dice: Willard Grant Conspiracy, li hai ascoltati? No, non ho ancora fatto in tempo ad andare in Phonoteca, ma oggi credo proprio che andrò. E il discorso si tronca lì. Quella sera mi ubriacai e non andai in Phonoteca. Il giorno dopo a lezione Marco mi ha chiesto: Willard Grant Conspiracy, li hai presi? No, gli dico io e lui mi risponde che faccio male a non ascoltarli perché secondo lui mi piacciono un casino e che piacciono tanto anche a lui, fanno folk bradiposo che di solito gli fa pena ma questa è un’eccezione. Ah infatti mi sembrava, gli rispondo. Arriva il week-end e lo saluto. Torno a casa, vado al negozio e compro i Willard Grant Conspiracy, un disco che si chiama Mojave. Ma guarda un po’, penso. La prima canzone, Another Lonely Light, diventerà il mio tormentone dei mesi a seguire. Nel cd, ci sono un sacco di foto tristi che mi piacciono molto, alcune mi fanno un po’ paura ancora adesso.
Lunedì. Arrivo a lezione e lo vedo, mi vede anche lui e mi chiede: “Willard Grant Conspira..?”, prima ancora di farglielo finire, gli rispondo: “Mojave, la prima mi sta ossessionando, praticamente ho sentito solo quella, ma adesso vado avanti”. Marco deve aver detto una cosa come ah bravo bravo, ma non troppo convinto, per il fatto che non avevo ascoltato bene tutto il disco ma mi ero arenato. Al che gli chiedo con più decisione come cazzo fa a piacergli quella roba che di solito gli fa cagare. “È la voce di lui”, mi risponde. Lui era Robert Fisher, la sua voce era veramente incantevole e la sua band era grande. Dopo essermi arenato ho proseguito e ho scoperto Color Of The Sun e The Work Song e How To Get To Heaven e ogni volta era uno scoglio contro cui mi accartocciavo, per ripartire, con calma, qualche giorno dopo. Lunga vita al loro folk.

Robert Fisher è morto di cancro, s’è saputo l’altro ieri. Chissà dov’è Marco adesso e chissà se quando ha saputo ha pensato che quella voce si era spenta e che se n’era andata per sempre la sua unica occasione di ossessione per il folk bradiposo. Che poi è diventata un po’ anche la mia, anche se non l’unica, nel folk bradiposo.

Gomma, TOSKA

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Il revival del revival nel giro di pochi anni. Apparentemente i Gomma sono questo. È sicuramente una bella notizia perché ci sono orde di giovani che si distruggono di tristezza ad ascoltarli e si rispecchiano nei testi e la musica gli entra dentro, a fondo proprio. Ma è anche il segno di uno standard che si è consolidato. Il giovane che ascolta la musica va rappresentato così, dicono. Alcuni parlano di un disco generazionale, definendolo “un viaggio nel subconscio dei giovani d’oggi” (sentireascoltare). Penso però che non ci siano solo ventenni che si struggono. Alcuni hanno i loro problemi psicologici ma tentano di risolverli diversamente piuttosto che frignare e fare i profondi e gli intellettuali. Io, avessi ancora vent’anni, sarei un fan dei Gomma, perché mi ci crogiolavo (anche) in quella roba, in roba introspettiva e cose così. Però intorno a me c’erano anche un sacco di stronzi che non gliene fregava un cazzo, e credo che anche adesso sia così. Non credo sia il caso di definirlo un disco che parla dei giovani d’oggi e per i giovani d’oggi, ma solo di e per alcuni ragazzi di oggi che si sentono in questo modo. E di quattro ragazzi della provincia di Caserta che c’hanno lo scazzo e che di quello vogliono parlare: del loro scazzo. Non credo gli stia facendo davvero molto piacere di essere individuati come i portavoce dello scazzo di tutti. Voglio dire, nessuno è in grado di prendersi una responsabilità simile, neanche Michael Stipe ha mai accettato questa definizione. Volete che l’accettino i Gomma? Se leggi le loro interviste questa cosa emerge: loro fanno la loro cosa. La cosa peggiore dei Gomma in effetti non è il disco dei Gomma o essere i Gomma ma è essere quelli che stanno dando loro un ruolo che non hanno. Toska (uscito per V4V)  è un disco che è stato bollato come quello che dà inizio al revival di una cosa di cui c’era già stato il revival pochi anni fa: l’emo. In realtà, è molto di più: è pieno di passaggi post punk (l’inizio di Alice scopre), di ritmi post rock, di chitarre alla Mike Kinsella. È sbagliato attribuirgli un ruolo che non ha. Ci sono testi spontanei che parlano di rabbia e debolezza (Aprile) e c’è il singalong (Elefanti) ma musicalmente è un disco più ricco, più vario di altri (alcune volte bellissimi) ricollegabili al revival emo. Nel momento in cui un genere viene suonato da tanti, per il calcolo delle probabilità non può essere per tutti un’esigenza, ma una regola da seguire, un modo sicuro per suonare musica. Non è possibile, in queste condizioni, dare personalità alle canzoni e così vengono fuori dischi molto simili, in base ai luoghi comuni del genere, cristallizzandolo, fermandone l’evoluzione, anche nel suono. Toska ha più personalità. Ne ha moltissima nella chitarra e ne ha altrettanta nei testi, nei ritmi e ne ha molta nell’ironia, che alcune volte mi è sembrato di sentire, in mezzo alla desolazione. Del resto ironia e desolazione stanno benissimo insieme (c’erano anche in Sottovuoto, uscito nel 2016). Non è un disco piatto, ha molti sbalzi d’umore, non è arenato al livello della disperazione sempre e comunque (Vicolo spino). Elefanti è una canzone molto bella e ha un arpeggio, un testo e un coro classici per l’emo. Ma tutto il resto del disco non è musicalmente così emo.
Ma Toska è un disco che non sento mio del tutto, soprattutto per i testi, che dicono cose che non mi appartengono, ma a volte anche per la musica, che in certi momenti non è all’altezza di altri momenti (Aprile), non ho mai voglia di ascoltarlo tutto e a volte quel modo di cantare/recitare mi fa girare i coglioni. Ma ha un grado in più di sensibilità rispetto ad altri dischi del passato revival (And So Your Life Is Ruined, per dire). E credo che se avessi un figlio e ascoltasse i Gomma, in fondo, sarei contento. C’è più fantasia in loro, forse un po’ di posa, ma in molti (non tutti) ne avevano, di pose, una volta.

Songs: Ohia, IMPALA

 

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L’impala può essere due cose, o il cerbiatto delle savane del centro-sud america o la Chevrolet. Di quel modello di Chevrolet ho solo un’immagine: quella dei tipi di Il lato oscuro dell’anima di Joe Lansdale, tre assassini stupratori e due sprovveduti, che corrono lungo le strade del Texas, su un’Impala. Strano che una macchina abbia il nome di un cerbiatto, ma tutto torna nel disco di Songs: Ohia (aka Jason Molina), di una violenza pari a quella di una Chevrolet che si schianta contro un cerbiatto che gli attraversa la strada.

La prima canzone è An Ace Unable to Change, un crescendo di 7 minuti e 40 che imposta il discorso su un filo diverso rispetto al precedente, l’esordio Songs:Ohia. Qui è tutto più slow-core ma con la carica dei Sebadoh. È il folk della maledizione, senza nessuna traccia alt-country. Il battito cardiaco diminuisce sensibilmente in alcuni momenti, per accelerare in modo incontrollato qualche secondo dopo. Il cerbiatto è a terra, i suoi sono gli ultimi sospiri. An Ace Unable to Change parte con un organetto a cui si aggiungono la chitarra e la batteria, poi la voce che cresce fino a urlare, ma nel modo educato proprio solo di Jason Molina. “Questa notte gioco d’azzardo con il mio umore, questa notte gioco d’azzardo con il mio rimorso“: inizia così e ti sbatte in faccia subito la pericolosità del territorio in cui ci stiamo addentrando, governato da quest’uomo che non sta bene, ed è come se un animale si schiantasse contro l’auto che guidi tutti i giorni per andare a lavorare, sulla strada che fai sempre. Una cosa inaspettata e spaventosa. La sequenza delle canzoni è una corsa che inizia dalla parte più bassa dello stomaco e rimane lì, a scavare, con alcuni punti di fuoco lungo il percorso, come l’inizio di This Time Anything Finite At All, dove il native grieving scaraventa Jason nella schiera dei migliaia poeti romantici leopardiani della fine del ‘900. Ma lui apparterrà a questa schiera in modo più sincero di tutti, sempre, fino al 2013, quando morirà da solo, sottomesso dall’alcol, senza assicurazione sanitaria, a Indianapolis, a quattro ore di macchina dalla città in cui è nato. Impala sembra già l’immagine dello schianto della Chevrolet, la consacrazione del massacro dovuto all’avvitamento malato su se stessi, nel pessimismo e nella consapevolezza della mancanza di una speranza, già, 15 anni prima di morire. E le melodie di questo disco sono un disinfettante da due soldi da buttare su ferite profonde, nel tentativo che prima o poi si chiudano. Ma mi sa che quell’acqua ossigenata non è mai stata efficace, e che le melodie sono state solo oppio, che l’hanno intontito e inchiodato di fronte all’inadeguatezza e non gli hanno permesso di rimediare a niente. Allora, c’è voluto l’alcol.

Eppure sono anche dolci, queste melodie. Di certo non sembrano del tutto lucide nella descrizione della realtà, così come non lo sono i testi, che procedono per immagini spezzate tra loro. L’unica cosa certa è la sconfitta, al centro di molte delle “storie” raccontate. Quest’uomo, con queste sopracciglia così selvagge e quel viso che a volte sembra così sereno, è sempre illuminato dalla tristezza. E la sua voce è limpida e stabile e canta cose terribili con una capacità fortissima di semplificarle per renderle dirompenti e per rendere lampanti le immagini terribili della fine, già scritta, non facile da digerire. Come quando rende l’idea del dolore fisico e delle conseguenze, in due righe, la prima e l’ultima di One Of Those Uncertain Hands: “We’re close, the lamps are burning blood […] And disaster warms our sails“. Dicono che abbia iniziato ad avere problemi seri con l’alcol dieci anni prima di morire, ma se c’è una cosa di cui sono sicuro è che in questo disco ci sono già molti problemi e così tante immagini dell’insoddisfazione che non può essere tanto lontana dall’essergli entrata già dentro. Molina è ossessionato dal riuscire a coglierne tutte le sfumature con le parole e la musica, e gira intorno al buco nero dell’inadeguatezza per 13 canzoni (e per un’intera discografia). Il suo problema non fu solo l’alcolismo, ma questa botta, che magari l’ha condotto all’alcolismo, e alla fine di un matrimonio. La botta è un fulmine che lo ha colpito presto. Per tutto il tempo in cui ha scritto canzoni ha dimostrato di essere totalmente disorientato, solo un maledetto genio nel descrivere in mille modi diversi il lato buio della vita.

Quando arriva The Rules of Absence, Mark Linkous trova un posto definitivo dentro a Impala, dopo aver vagamente latitato per tutto il disco. Proprio nel ’98, tra l’altro, di Sparklehorse esce Good Morning Spider e sembra l’anno giusto per chi aveva scoperto nell’ascoltare roba triste il nuovo uscire a divertirsi.
Ma a quel punto di Impala mancava ancora un testo a Molina, quello che esplicitasse con una violenza fredda e atroce un’altra cosa che si porterà dietro tutta la vita, nonostante il matrimonio: la solitudine. Nato a Lorain (Ohio), è la voce della solitudine dell’agricoltura e delle fattorie del Midwest, cresce sulla strada arata lì vicino, ma più verso la grande città di Chicago (Illinois), dai Cap’n’Jazz. E scava un solco più profondo, più insistente, nell’emotività. Un’emotività diversa da quella schizoide dei Cap’n’Jazz. Più piatta e quasi autistica, fatta di colpi al cuore sparsi.
Il ritornello di Just What Can Last è così liscio che è da cantare a squarcia gola, anche se non converrebbe. Dice (un sacco di volte) “Leavin’ will bring you down“, in un ritornello all’apice più infame di una “storia” in cui gli amici, alla fine, l’hanno abbandonato. La canzone è fatta di due strofe. La prima si apre con “All friends will leave you“, la seconda con “All your friends have left you“. In una manciata di righe si passa da una situazione possibile a una sicura, già successa. E il ritornello diventa reale.
In quel che rimane del disco non viene sviluppata la speranza racchiusa in “I know someone I know someone waits for me” e nell’energia di Program: The Mask Lyrics. Se non altro, compare un tu definito, un’altra persona con cui Molina si confronta almeno per un po’, oltre a se stesso. L’interlocutore ritorna in Separations: Reminder ma le cose non sembrano andare tanto bene. La batteria e la chitarra insieme spingono tanto (senza regolarità) fino a Program: The Mask Lyrics. La batteria è la prima ad abbandonare Songs: Ohia. La sua chitarra invece non lo abbandona mai, com’è sempre successo, anche dopo il ’98, in questo amore-odio, ti voglio-non ti voglio, per la band. Ha viaggiato un po’ da solo un po’ accompagnato da altri musicisti, respingendo anche in questo senso un possibile interlocutore, abbracciando la solitudine anche in questo. Il modo in cui entra la batteria in Impala a volte è scontroso, sembra quasi una battaglia tra strumenti e tra gli uomini che li suonano. Anche per il basso è così e a volte scaglia delle schegge che sembrano non c’entrare niente con tutto il resto, come se volesse ferire qualcuno. La battaglia finisce nel 2009, quando Molina si ritira dalle scene per i problemi che continua ad avere con l’alcol, dopo un altro tentativo di non essere solo, con Will Johnson. Tornerà da solo, dopo l’esperienza Magnolia Electric Co, affrontando la realtà con il suo vero nome e non più come Songs: Ohia, per un ultimo saluto, nel 2012. Ciao.
Impala si conclude con un pezzo in cui la chitarra tuona anche alla fine, da sola, torna il “tu” ma si perde in un istante dentro a immagini incomprensibili. Molina urla e sembra dire dove cavolo sei?! dove cavolo sei!? Ma non è che ci creda poi tanto. L’ultimo verso è: “till winter denies me my sails“. E non c’è niente da dire, l’inverno gli ha negato di salpare tutte le altre volte in cui magari avrebbe voluto farlo. Ma l’inverno era proprio lui, lui stesso, quello che si arrotolava nei guai dentro a Impala. La vita sembra essergli passata sopra come l’Impala contro il cerbiatto nelle strade del Midwest, poco distante dal proprio ambiente naturale e per questo ancora più disorientato, piantato a terra e guardingo al momento dell’impatto. Così, la botta è stata ancora più forte.

Tra poco più di un mese, il 16 marzo, è l’anniversario della morte. Il 15 maggio esce Jason Molina Riding With the Ghost di Erin Osmon, la biografia autorizzata.

Sunday Morning, Let it Burn

 

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Alcune volte pensi di lasciar perdere. Ti rendi conto dei tuoi limiti, o anche solo della fine. Poi passa del tempo, qualcosa magari si riaccende e allora riparti. Per un attimo, o di più, trovi le parole giuste e va tutto come un treno. I Sunday Morning a un certo punto hanno smesso. Poi sono tornati. Queste dinamiche sono frequenti, funzionano diversamente per ognuno di noi e non possono essere descritte semplificandole. Però hanno in comune una cosa: la necessità. Non sempre uno è in grado di gestirla, e allora, a un tratto, come se il bisogno non esistesse più, si stacca la spina. Il bisogno non è che torna, perché (magari) c’è sempre stato, ma può diventare imprescindibile. Dopo anni che (boh) uno si chiedeva chissà se succederà, dopo qualche voce, qualche prova a fondo perduto e un concerto, arriva il 2015, primavera inoltrata, e i Sunday Morning fanno uscire Instant Lovers, autoprodotto. Da fuori sembra il risultato di una fatica estenuante e non mi aspetto altro, almeno a breve. Invece no: a fine 2016 esce Let it Burn, per Bronson Recordings. Quanto possono essere fiume i ritorni, a volte.

La differenza tra i due album segna uno scarto in positivo. Mentre Instant Lovers è molto tirato, come l’ha definito bene Paso (che ha scritto questa) e ha pochi momenti in cui la tensione diminuisce, Let it Burn spara ritmi, senza però dimenticare di descrivere al loro interno quella vena triste che alla fine rappresenta il tocco. È proprio la maggiore profondità dei suoi pezzi a rendere concretissimo il passo in avanti di Let it Burn. Che inizia con Carry Home, dimostrazione senza mezzi termini di quello che ho appena tentato di dire.
Ho cercato nel disco qualcosa che parlasse di ritorno ma non l’ho trovato. Ci sta, perchè il ritorno era Instant Lovers. Il disco nuovo, invece, va avanti. E lo fa cambiando sempre direzione, una canzone dopo l’altra, confermando così quella capacità di scrittura già evidente in Instant Lovers ma dimostrando anche quella fantasia compositiva che al disco precedente era mancata. Ogni pezzo è forte di una bella melodia (migliori tre: The Loneliest Boy On Earth, Ask the Magician Stories From A Small Town) e di quella vena triste che corre sotto, ma neanche tanto sotto (Creatures vince la corona della tristezza malcelata). I riferimenti (Big Star, Neil Young, Beatles) sono sempre quelli ma è più difficile riconoscerli: i Sunday Morning, semplificando e rendendo più ripetitivi gli arrangiamenti, fanno del songwriting una roba loro, in cui riescono a conciliare due cose apparentemente inconciliabili. Da una parte, spingono sempre tantissimo sul pedale dell’entusiasmo, dall’altra fanno in modo che il disco restituisca in ogni momento una sensazione di calma. Adesso te le suoniamo per bene queste canzoni però, man, easy. Sembrano dire così. E all’apice della tranquillanza suonano Plans, un levare. Cazzo, un reggae. Ma come ti viene di fare un reggae?

Il disco, però, lo chiudono belli seri. Con Should I, in cui confluiscono vena di tristezza, melodia e ritmo, e Through The Eyes Of My Love, una ballata blues no batteria, all’inizio pulita come il Nick Cave più pulito, poi, quando la voce s’imbruttisce, zozza quasi come Mark Lanegan.

Riding Place era una canzone strepitosa dei Sunday Morning del 2005, finita nel primo disco Take These Flowers to Your Sister (Midfinger e Ghost Records), prima dello stop. Era IL PEZZO dei Sunday Morning. Lo stop ha portato a Instant Lovers, che mi ha lasciato nelle mani un punto interrogativo grosso così, poi a Let it Burn, che l’ha risolto quell’interrogativo, almeno per ora. Let it Burn abbandona per sempre l’origine emo di QUEL PEZZO ma in alcuni momenti ne raggiunge il livello. E ne riprende anche la cadenza: alla fine, pare proprio che il passato in qualche modo debba ritornare e che non possiamo mai liberarcene davvero (creepy). Però possiamo fare lunghi passi in avanti. E i Sunday Morning, questa volta, ne hanno fatto uno.

sundaymorning1.bandcamp.com

Bronson Recordings Festival, 14 Gennaio 2017.

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ELM

di Marco Pasini, www.forthekidsxxx.blogspot.it

Potevamo noi di Neuroni esimerci dal presenziare al primo festival targato Bronson Recordings, interamente dedicato alle band dell’etichetta ravennate (anche se ovviamente quelle presenti nel roster sono molte di più rispetto a quelle che han suonato) diretta emanazione del Bronson e dell’Hana Bi? Certo che no, e infatti il sottoscritto era presente per raccontarvi un po’ come è andata. Ovviamente il tutto sotto l’occhio vigile e attento del supremo imperatore di questo blog, che si è sincerato che il sottoscritto non si distraesse troppo.

Giungo in loco con un leggerissimo ritardo, dovuto al fatto di non aver ben compreso l’inizio del live set, ma tant’è. Sul palco gli Elm di Cuneo, un quartetto che mi riporta immediatamente ai ’90’s, con quel suono noise/alternative che fece la fortuna di Helmet, Prong e compagnia bella. Sono rimasto molto impressionato dalla loro prestazione: quadrati, energici e davvero ispirati. I temi che affrontano sono l’amore per il Texas (avrei dovuto capirlo dal cappello sfoggiato dal chitarrista, che io confondo con il classico panama. Fortuna che c’è il boss di questo blog a spiegarmi l’intera faccenda), con chitarroni pastosi e un muro di suono non indifferente. Il cantante si muove con consumata maestria, e la sua voce pesantemente effettata si fonte alla perfezione con tutto il resto. Non a caso, finito il loro concerto, dalle casse fuoriescono gli Helmet. Promossi a pieni voti, nient’altro da aggiungere.

istvan

Istvan

Dopo un rapido cambio palco e una Red Bull da parte mia, salgono su gli Istvan di Forlì. Qui cambiamo radicalmente lidi, e ci troviamo sospesi tra l’aridità di una spiaggia e la rocciosità della montagna. Gli Istvan suonano quasi interamente strumentale (rare le incursioni vocali dal parte del chitarrista), ma sanno come farci stare bene. Il loro sound imbevuto di psichedelia, progressive, un tocco di space rock e una punta di stoner/doom me li ha fatti apprezzare sin dalla prima volta che li vidi dal vivo. Carlo alla chitarra si muove come tarantolato, tra sinuosi riff e assoli caldi e dal retrogusto seventies. Sabbione dà una prova muscolare dietro alle pelli: è un piacere per i miei occhi vederlo dipanare la matassa percussionista della band, in un crescendo di pathos e coinvolgimento audio-visivo. Infine Rex, molto più compassato nelle movenze, ma dotato di quello stile che gli permette di irrobustire al punto giusto il sound degli Istvan. Una certezza.

sunday

Sunday Morning

Giungiamo alla fine con i Sunday Morning da Cesena, freschi freschi di quel Let It Burn che ha generato pareri anche contrastanti. I nostri stasera appaiono in gran spolvero, con una prova che mi fa dimenticare quella un po’ acerba del loro release party di qualche mese prima sempre al Bronson. I quattro alfieri dell’indie rock non sentono stasera la pressione della volta precedente e appaiono molto compatti e rilassati. Andrea, voce e chitarra, gigioneggia col pubblico come suo solito, ma in maniera estremamente easy. La sua prova vocale è convincente sotto tutti gli aspetti. Federico alla batteria suona in maniera eccellente: senza mai strafare, si prodiga in tutta una serie di filler, con fluidità e semplicità. Luca all’altra chitarra è un po’ il ponte di collegamento fra i vari strumenti: come un abile direttore d’orchestra, indirizza il suono nella giusta direzione. Jacopo al basso è asciutto e preciso e impreziosisce i brani dei Sunday Morning con le tastiere, all’occorrenza. Davvero convincenti, come per me lo è stato Let It Burn, pur essendo un album che si muove su coordinate diverse dalle precedenti release.

La conclusione? Un gran bel festival che, sebbene minato dalla defezione di Confrontational per colpa di malanni vari, ha dimostrato come suoni anche molto diversi tra loro possano tranquillamente convivere. Un plauso va al Bronson, che con tenacia porta avanti un certo tipo di discorso, in un paese come il nostro, in cui il deserto culturale e attitudinale sembra esser all’ordine del giorno. P.s.: attendo anche una versione estiva, in cui crogiolarmi bello abbronzato con una Fritz Cola in mano..

STREAMALI TUTTI bronsonrecordings.bandcamp.com

È tutto grasso che cola. Ultime da Oh!Dear Records

batlen

Cop. d il fas delle id, Batièn

Inaugurare una nuova rubrica è sempre una bella iniezione di cupidigia. C’è cioè il desiderio di non lasciarla morire dopo tre volte. “È tutto grasso che cola” è, per la fonte inestinguibile da cui attinge, il prosieguo di “Le recensioni nella mail”. Tecnicamente, però, è nuova perché, in quanto a metodologia di compilatio, seguirà un’altra règle du jeu: non mi tufferò più a bomba su tutte le mail che arrivano, ma farò il selector. “Le recensioni nella mail” prosegue comunque la sua misera esistenza, “è tutto grasso che cola” fa la sua, di strada. Poi magari muore di estemporaneità. Per ora, ecco la sua prima volta.

La bestemmia come espressione dell’odio verso un essere umano è il primo tema di DEMO 2016 dei Piciomolle uscito in dicembre per Oh! Dear Records. Checosavuoidame lasciamistareporcodio e l’urlo di Combinazione sono liberatori come una cagata. Higly Intoxicated è una canzone hc punk seria. Poi, come se stessimo entrando nel famoso ristorante di Roma, i Piciomolle ci accolgono da Discarica in avanti con la Parolaccia come Istituzione, con la sola differenza che loro non lavorano nel campo della ristorazione ma della musica folle follissima. Nei Piciomolle, la parolaccia è istituzione istituzionalizzata per parlare di argomenti scabrosi con la leggiadria che non comporta approfondimento e per divertirCI un po’ facendoci sentire sovversivi e facendoci arrossire. E, quando suonano, i Piciomolle possono anche ricordare all’inconscio i Pissed Jeans (Amico Beppe), i Weird War (Homebrew) e le distorsioni metal-core à la 108. Pazzi pazzi pazzi come i Cacao ma più sboccacciosi. Sitting on the toilet sit and drink my homebrew, my homebrew, my homebreeeeww è, oltre a una bellissima immagine, una strizzatina d’occhio a In Utero e un coro che scalderà questi ultimi mesi freddi che ci separano dalla primavera. Video INCREDIBILE di Combinazione con le stesse inquadrature di un video di Bello FiGo. L’acol contro l’amore è il tema su cui decidono di chiudere l’ep, in una ghost track che suona come Something in the Way ma veloce.

Vuoi mettere uno scroto in apertura che poi su Facebook la vedono tutti come anteprima? Ho invertito le foto

Quando ho iniziato ad ascoltare Il fascino delle idee dei Batièn non ero così preso come da lasciamistareporcodio dei Piciomolle. Paragonare i testi degli uni e degli altri non ha alcun senso, però per la prima volta nella mia vita ho pensato alla differenza tra le parole di un gruppo emo e quelle di uno fuck the world. Alla base di entrambe sta l’odio, che però ha modi diversi di manifestarsi: distacco, e un po’ di remissività, per i Batièn (emo) e volgarità per i Piciomolle (fottono il mondo). A simpatia, ha vinto la volgarità. Però poi ho pensato che un testo dovrebbe piacermi perché racconta un sentire umano in profondità, allora ho finito per preferire i testi dei Batién. Ancor più di quelli di Il fascino delle idee, uscito a settembre 2016 sempre per Oh!Dear, preferisco quelli di Frammenti del mio flusso che insieme sono un puzzle, divisi i continenti (2014, non per Oh!Dear), per la maggior parte meno metaforici. La musica è quella, emo screamo punk, con chitarre più taglienti che riempitive, ma mi è piaciuto perché gira veloce e va avanti con un filo di gas. Nadia Pece in particolare. Non sempre lo screamo gira così bene, a volte si sente che i ragazzi lo suonano perché ha un seguito, o anche per la figa, altre volte si chiude in se stesso, i testi diventano autoreferenziali e non hanno alcun respiro che riesca ad andare oltre a chi le ha scritte (i fan cantano con gli occhi chiusi, ma molto spesso non è vero che si sentono coinvolti). Nei Batién no, o almeno non sempre. Per dare completezza al discorso sulla loro opera tiro ancora fuori Frammenti del mio flusso che insieme sono un puzzle, divisi i continenti. Qui mi pare che ci sia il tentativo di non concentrare l’attenzione solo sul proprio ego ma di dare voce sia al “mio flusso” sia di arrivare ai “continenti”. Senso di superiorità di qualsiasi generazione di genitori nei confronti dei figli, ma anche voglia di proteggere; superficialità di qualsiasi figlio a un certo punto, ma anche il suo vivere nel mondo contemporaneo che non appartiene ai genitori; difficoltà del resoconto di una vita e un po’ di rimpianto. Tutti sentimenti umani e tutti attimi della vita che in parte odiamo o abbiamo odiato, ma tutte cose vere, che succedono a molti (Voglionounnomevoglionome). Quindi, per capirli di più, ascoltate sia il primo sia il secondo.

M: Hai visto l’ultimo post di nostro figlio? Pare che abbia problemi con la ragazzina 
P: Si ma quanto è triste amore che per sapere di lui debba accendere il computer? 
M: Non più triste del fatto che abbiamo un figlio coglione, nato dalla tv con un tubo catodico diritto in faccia. Obesa è la sua mente, ed io son stanca. 
P: Ti ricordi, io a vent’anni? Ci camminavo sopra la testa delle persone, non come lui che sta seduto e basta. 
M: Difatti ti ho visto la sopra e da la sopra non sono scesa più 

A questo punto i due si guardano, l’intesa è massima: lui prende in mano la lama, lei prende in mano la sua di mano. 
Meglio una gabbia alla colpa?

(Voglionounnomevoglionome)

ohdearrecords.bandcamp.com

Come lo vedi il Giappone?

Crew del Fecking Bahamas fest a Tokyo, pic dal fb dei DAGS!

Crew del Fecking Bahamas fest a Tokyo, pic dal fb dei DAGS!

Una volta quando vedevi le immagini di una band grossa che andava in tour in Giappone era tutto impressionante. Per esempio, i Guns and Roses ci sono andati per la prima volta nell’88, gli Oasis nel ’98. I Guns erano già delle superstar a quell’epoca, erano i re della musica da ascoltare e venivano presentati così: “Would you please welcome from Hollywood: Guns and Roses!“. Vero colonialismo. Come si legge nelle informazioni sotto al video del concerto a Tokyo, su YouTube: “Axl mentions how all the Japanese fans are following them all over Japan”. Praticamente, fedeli come dei cagnolini. Ma, immagino, anche gli Americani li seguivano in tour lungo tutta l’America.
Gli Oasis in tour in Giappone, invece, trovavano strano tutto quello che era giapponese: hanno ribadito il concetto anche recentemente nel loro omaggio a se stessi.
L’utilità del contributo all’intelligenza di queste band era zero. Se si pensa anche solo al successo dei manga in Occidente, o alle cose belle nate dall’unione di Occidente e Giappone, come i Deerhoof per esempio, è facile capire quanto si sbagliavano ad avere un atteggiamento di superiorità.
Cronologicamente in mezzo a questi due giganti del rock (ma formiche non laboriose dell’uso del cervello), e avanti dal punto di vista dell’attitudine, sono i Fugazi. Che vanno in Giappone per nel 1991 e questo è quello che c’è scritto sul sito della Dischord:

“From the available audio source, as well as from the video sources provided below, it is clear that the band is very appreciative to have made it to Japan, having spent a couple of great days there, strikingly pleased with the sights and sounds of Tokyo and the distractions the city has to offer (note that Guy praises the King Fucker Chicken performance in the incredible Yoyogi park and at one point enquires about the pachinko heads in the audience as well)”

Non sono i tempi a dettare il modo diverso di vedere il mondo. I Fugazi, appunto, vanno in Giappone per la prima volta a metà tra i Guns e gli Oasis. Il segreto per non far sembrare il Giappone una cosa strana (diversa, ok, ma non inferiore perché differente) era nell’atteggiamento di chi ci andava a suonare. Si tratta di gruppi diversi: i Guns e gli Oasis sono rock star, i Fugazi no, ok. Ma quello che m’interessa è proprio la proposta di due atteggiamenti all’opposto, già contenuti nella “poetica” delle band in questione e proprio per questo indicativi di un modo di vedere le cose. I Fugazi sono contenti di andare in Giappone. Essere là per gli Oasis era come essere in un posto di cui avere paura perché la gente si comporta in modo diverso rispetto all’inglese medio. Essere là per i Guns era come essere là per un re che va ai confini dell’Impero. I Fugazi hanno dimostrato di avere un po’ più di intelligenza umana. Non che il confronto sia mai stato necessario o richiesto, ma è interessante: persone con una sensibilità e una mentalità diverse poste di fronte alla stessa novità reagiscono in modo completamente diverso. Non è l’uomo a essere stronzo di suo, ma è il suo background socio-culturale che lo rende o non lo rende tale. Poi, è una questione di atteggiamento, che deriva dall’intelligenza, che a sua volta si sviluppa più o meno nell’ambiente in cui cresci e nel modo in cui l’affronti. Dall’esterno, vedevi gli Oasis e i Guns andare in Giappone, marcando le differenze – se non in negativo – comunque dall’alto, da una posizione che non poteva essere la tua: la lezione era pessima. Leggendo o vedendo dei Fugazi in Giappone, il loro è lo stesso atteggiamento che avrebbe avuto una persona normale curiosa e affascinata dal mondo lontano. O che hanno avuto i DAGS!.

Il Giappone 20 anni fa era molto più lontano di quanto non lo sia oggi: oggi, se un gruppo – piccolo, medio o grande che sia – va in Giappone, può raccontarlo in diretta su Facebook. Già in partenza è tutto più famigliare, quindi: alla base di tutto c’è il mezzo, che è nostro e facilita le cose rispetto a una volta. Gruppo grande o gruppo piccolo, a seconda di come usa il cervello chi ci sta dentro o eventualmente chi gli fa da social media strategist, le modalità di racconto saranno senz’altro diverse: anche il modo di raccontare il viaggio ha un valore.

I DAGS! sono andati in Giappone in novembre, per un tour di 6 date e l’hanno raccontato su Facebook. Le foto parlano da sole. Li ho seguiti da qua, nel senso che la cosa m’incuriosiva e mi piaceva l’idea che facessero una serie di concerti in Giappone, quindi sono stato in occhio a beccare le cose che condividevano su Facebook. Mi piaceva anche il fatto che pubblicassero le foto dei concerti ma non solo, anche quelle di quando erano in treno, in bus o nella stanza d’albergo. In un certo senso era un po’ come viaggiare con loro. Poi c’è quella foto che ho messo all’inizio dell’articolo. L’ho messa perché fa vedere anche chi altro c’era dietro l’organizzazione del tour, tra quelli che l’hanno organizzato da là. E non era l’unica foto che raffigurava i local che avevano partecipato. I DAGS! sono andati in Giappone grazie a un sacco di persone, e con un sacco di persone, e ce le hanno fatte vedere mentre erano là. Non è stato un tour figo solo perché loro sono andati in Giappone a suonare, ma anche per tutto quello che c’è stato intorno. Almeno così è sembrato, da qui.

Insieme a To Lose La track, poi, hanno pensato di anticipare la stampa della compilation che ogni anno TLLT fa uscire sempre per Natale, per portarla in Giappone e promuovere i gruppi. Tutti i gruppi del roster, non solo i DAGS!, più le anticipazioni delle uscite previste per il 2017. La puoi ascoltare qui.

La compilation inizia con We All Like Theories, Let’s Not Make Anything Ever Happen dei DAGS! Il pezzo ha una parte ritmica latin jazz e un basso insistente ma morbido. Come (quasi) sempre nei DAGS!. Insieme ai Leute, tengono in piedi benissimo il revival emo anche quando il revival è finito, con dischi suonati al meglio proprio nel momento in cui scendono nella cura dettaglio, come spesso il genere richiede.

Spy Dolphin dei Delta Sleep
Scilla dei Valerian Swing
Insieme a Three in One Gentleman Suit, i Valerian Swing e i Delta Sleep hanno cambiato la rotta di TLLT. Aurora (che contiene Scilla) dei Valerian Swing e Management dei Delta Sleep escono nel 2014, Notturno dei Three in One Gentleman Suit nel 2015 e TLLT passa dall’essere un’etichetta (per lo più, e sottolineo per lo più) orientata all’emo, al punk rock e al power rock a portare al centro dell’attenzione il math rock, influenzato da emo, screamo o post rock, ma comunque con un modo decisamente diverso di scrivere i pezzi. Che si riempiono di scale e diventano delle corse verso l’alto, in contrasto con i gruppi della “generazione” precedente, che sviluppavano in profondità le canzoni, dando al suono una potenza maggiore grazie anche all’uso della ripetizione. Nel 2016 i Delta Sleep hanno pubblicato Twin Galaxies, che contiene Spy Dolphin.

Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, Weird Times
Questa è la prima anteprima della compilation: il disco nuovo dei Tiger! esce il 16 gennaio. Loro sono tra i gruppi della “vecchia” generazione TLLT, di quelli che con le chitarre scavano più in profondità. Solo loro, però, lo fanno chiamando in causa lo show gaze e i Male Bonding.

Riviera, Piscina
L’ultimo disco dei Riviera è ancora quello, ma si dice che tra poco ne uscirà un altro. Hanno fatto uno degli album più riusciti del 2014, nell’onda emo power singalong. I loro concerti a più di 2 anni dall’uscita dal disco sono ancora una grande festa, con gente che urla i testi e tenta in tutti i modi di farsi male.

Quasiviri, Gravidance
Gli inventori del mathrock di TLLT, nel 2012. Poi sono tornati nel 2014, con Super Human, che contiene Gravidance.

Three In One Gentleman Suit, Ashes
I Three In One Gentleman Suit hanno una lunga storia alle spalle, che arriva fino al 2003, quando esce Battlefields in an Autumn Scenario per Fooltribe. Dentro c’era già tutto quello che hanno adesso ma meno raffinato e, riascoltando, allora c’era meno tensione. Sono migliorati.

Gazebo Penguins, Difetto. Sono i capostipiti TLLT del farsi male ai concerti con l’emo power singalong. Li ho visti una decina di volte dal vivo, ho consumato i dischi, ho scritto alcune cose, ho comprato ripetute volte una loro maglietta, quando parte Difetto è come se fosse sempre non la prima ma la terza volta che ascolti una canzone, cioè quando inizia a entrarti dentro. Aspetto il disco nuovo, sono disposto ad aspettare lunghi anni, l’attesa ha un valore, così come il racconto del viaggio, ma alla fine deve essere soddisfatta. Sembra che io stia filosofeggiando, in realtà sto parlando dei Gazebo Penguins usando alcuni dei loro temi, alcuni dei quali presenti anche in Difetto: futuro, ricordi, attese.

San Diego Coletti dei Cayman The Animal. Il rigurgito punk anni 90 di TLLT del 2015, in mezzo a tutto quel rock MATH. Apple Linder è uno dei dischi che ho ascoltato di più l’anno scorso, pur essendo uscito in ottobre. Con le grafiche di Ratigher, uscito in cordata con Sonatine, Escape From Today e Mother Ship Records, che si sono spartiti a sorte la produzione del cd e del vinile, come si fa con i beni materiali.

Lags: Queen Bee. I Lags rappresentano il punto di arrivo delle correnti sviluppate dall’etichetta negli ultimi anni, unendo in Pilot (2016) emo screamo, punk rock, math rock e post hard core (i cui massimi rappresentanti di sempre in TLLT sono i Disquieted by che hanno fatto il disco nel 2012). Hanno pubblicato un ep acustico, dove vanno giù naturalmente meno pesi e fanno anche una cover delle nostre guide comportamentali all’estero, i Fugazi.

Marnero, Il Pendolo. La band più pesa di To Lose La Track. Su di loro avevo fatto anche un esperimento che non si è cagato nessun (questo) ma non fa niente.

Action Dead Mouse, Ginnastica nell’acqua. Sono entrati di recente, prima erano con Flying Kids, Fallo Dischi oppure da soli. Hanno una funzione importante all’interno del listone della compilation: uniscono il post hard core alla new wave anni 80, che tra cinque canzoni sarà rappresentata da Havah e Giona. Infatti con L’Amo (che conteneva Giona l’uomo) gli Action Dead Mouse avevano fatto uno split.

Labradors, All I Have Is My Heart. Diego ha eletto The Great Maybe tra i suoi dischi dell’anno.

Minnie’s. Voglio Scordarmi Di Me. Nei Minnie’s suona il basso Viole, che suona il basso (quello insistente ma morbido) anche nei DAGS!. Voglio Scordarmi Di Me è il mio pezzo preferito del loro ultimo ep, Lettere scambiate, dove vanno definitivamente oltre il punk rock puro, piuttosto proseguono la strada verso il punk rock cantautorale – iniziata solo in parte con Ortografia – e schizzano via dalla possibilità di qualsiasi attuale parallelismo con un altro gruppo TLLT.

Urali, Mary Anne (The Tailor)
Girless, Ernest
I due cantautori in inglese, amici nella vita. E in effetti anch’io sono loro amico, non come sono amici loro tra loro, ma un po’ si. Può l’amicizia influenzare il giudizio sul disco di un amico? No. Se il giudizio è negativo, puoi decidere se esprimerti o meno, ma il giudizio rimane quello. Il mio giudizio è positivo, quindi non ho problemi.
Quando ho sentito per la prima volta Ernest di Girless (di Girless&The Orphan) ho detto che era bella come le vele delle barche del porto canale di Cesenatico, perché il giorno prima avevo incontrato Girless a Cesenatico, di fronte al The Brews, il locale che il 28 aprile fa suonare Bob Nanna di Braid e Hey Mercedes, sul Porto Canale di Cesenatico. Adesso, visto che siamo dentro la compilation di Natale, Ernest è diventata bella come le vele delle barche illuminate per Natale, col presepe dentro, sul porto Canale di Cesenatico. Il disco uscirà nel 2017, quindi questa è la seconda anteprima della compilation.
Urali ha fatto un disco che è un affresco, a partire dalla copertina. Dentro ci sono i ritratti di alcuni personaggi, alcuni dei quali mi ricordano i primi piani di Thomas Ruff, per la loro fermezza nel descrivere lo stato delle cose ma anche per la loro capacità di lasciare in sospeso e interrompere, limitandola a un momento, la definizione del personaggio stesso.

Sappiamo chi sei, di Havah
Coerenza Tralalà, di Giona
Dopo Settimana, Havah ha fatto uscire Durante un assedio (2014) e ha virato la direzione di TLLT verso la new wave, rendendo ancor più traballante dopo l’incursione dei Disquieted By la base su cui si regge il mio “per lo più” iniziale. Più recentemente, Giona con Per tutti i giovani tristi (2015) ha spinto l’etichetta ancora verso la wave, differenziandosi molto da Havah, soprattuto nelle melodie, che sono più pop. Tutti e due i newavers hanno scritto testi bellissimi.

CRTVTR, A.M.
CRTVTR entrano nella To Lose La Track solo nel 2013 con Here it comes, Tramontane!, in cui suona anche Mike Watt dei Minutemen, così come suonava in We Need Time EP (2009). We Need Time EP musicalmente è di una vita fa: è più diretto, come la gioventù, che si va lentamente perdendo. Nel 2016 è uscito Streamo, sfumatura più ipnotica della corrente math rock. Più adulto.

To Lose La Track Goes To Japan si conclude con Ponti, S. degli Autunno, gruppo a me sconosciuto novità 2017 che inizia con le chitarre cattive alla Gazebo Penguins (ma con una distorsione dalle maglie più aperte), prosegue recuperando i Verme nella disperazione della voce e finisce per riprendere anche alcune spigolosità del math rock d’annata. Ma senza decidere se riempire lo spazio in altezza o in profondità. Vedremo.

“Un tour in Giappone non capita tutti i giorni” (cit. Luca Benni, capo di TLLT).

Mancarone CASO nella compilation. Se puoi sopportare questa cosa, ascoltala qui.

Contro il buio metallizzato del 2016: tre cartoline per San Silvestro

giuseppe

Dal profondo

Le vacanze di Natale sono un po’ così: ti svegli la mattina con un po’ di mal di testa ma non prendi nulla perché comunque è un mal di testa leggero, allora sonnecchi per un po’ nel letto ancora caldo, poi ti alzi di nuovo e mangi un biscotto. Poi sonnecchi un altro po’ sul divano, ti svegli canticchiando mentalmente un motivetto di cui non ricordi il titolo. Poi passi davanti alla libreria e spulci qualche libro, ne scegli uno e te lo porti sulla poltrona dove incominci a leggerne qualche riga ma smetti subito perché hai ancora in testa quel motivetto. Allora appoggi il libro sul bracciolo del divano e cerchi di fare mente locale per capire che diavolo di canzone stai canticchiando da quando ti sei svegliato. Niente! Non ti viene in mente. Fai un giro per la stanza camminando avanti e indietro ma non ti viene in mente nulla. Ogni ipotesi che fai la scarti subito dopo. Allora provi a pensare a tutt’altro sperando che per quegli strani processi mentali ti venga poi l’illuminazione. Ma ancora niente! Poi tua madre ti chiede cosa vorresti per pranzo e quando pensi a cosa ti andrebbe, ecco la folgorazione! È la sigla dei Simpsons che stai cantando da due ore mentre passavi al setaccio tutta la tua conoscenza musicale pensando a chissà quale oscuro gruppo new wave. Ti consoli dicendoti che pure i Sonic Youth hanno fatto una comparsata nei Simpson rifacendone alla loro maniera la sigla ma poi incroci lo sguardo sconsolato di tua madre e le dici “pastaefagioliconlecotiche”. Dopo pranzo sonnecchi di nuovo sul divano. Che belle le vacanze di natale. Sono le 4 pm. Ci sono obiezioni se torno a dormire adesso? (Giuseppe)

Sick Of It all-1995-paso

Sick Of It All dal 1995. Seri.

Correva l’anno 1995, precisamente il 6 giugno. Quella sera mi presentai al Velvet per assistere alla tappa riminese del tour che vedeva assieme H2o, Civ e Sick Of It All. I primi erano al loro primo effettivo tour nelle lande europee, e nel corso degli anni torneranno a visitarle parecchie volte, diventando un gruppo molto conosciuto in ambito hc. I Civ, anch’essi alla prima europea, erano nient’altro che i Gorilla Biscuits, senza Walter e nella loro ultima incarnazione (a parte Porcell). I Sick Of It All, bhè, se bazzicate un po’ la scena li avrete di sicuro sentiti nominare. Non nascondo che ero davvero felicissimo di potermi gustare tre act così importanti (almeno per me), a pochi chilometri da casa, ovvero Cesena. Tenete poi conto che all’epoca (ma pure oggi) sono un fan sfegatato di Gorilla Biscuits, Civ e naturalmente Sick Of It All. Il concerto scorre via che è un piacere, stage diving mosh, io me ne sto un po’ a lato (ho sempre odiato farmi male e soprattutto sudare, ahahah!), pezzi dei Gorilla Biscuits, eccetera. Se nonché, a un certo punto del set dei Sick Of It All me ne sto vicino al pit assieme a Diego (che ai tempi suonava la batteria nei Konfettura e poi sappiamo quasi tutti che musicista sopraffino sia ai giorni nostri) contento come una pasqua, perchè i SOIA stanno spaccando (e posso confermarlo, pure nel 2016, visto che continuo imperterrito ad andare a vederli). Bene, non so come non so perchè, mi arriva un bel pugno in pieno occhio destro. Nella foga, un punk vicino a me, aveva alzato troppo il braccio e mi aveva centrato in pieno. A botta calda, rimango un po’ interdetto, Diego se ne accorge subito e comincia a osservare il mio occhio. Fortunatamente, non successe nulla di grave. Il punk si scusa immediatamente, io gli dico che è tutto ok, e proseguiamo a gustarci il gruppo dei fratelli Koller. Da quella volta mi sono successi altri incidenti (tipo esser tirato giù dal palco durante un concerto dei 100demons in Belgio mentre scattavo foto, oppure una manata in faccia di recente a un concerto dei Mindset in Germania e tanto tanto altro) ma questo è quello che mi è rimasto più impresso. Ora il Velvet non esiste più, i Sick Of It All e gli H2o continuano a macinare chilometri su e giù per il mondo, i Civ si sono sciolti (ma hanno toccato il Rock Planet tempo fa per un tour reunion estemporaneo), in compenso sono tornati i Gorilla Biscuits (che ho visto un bel po’ di volte), ma soprattutto sono ancora qui, a quasi 38 anni suonati, che mi gingillo ancora con l’hardcore. Alla faccia di quelli che affermano che è solo una moda passeggera, ahahaha! (Marco Pasini)

Carlton dal 2014

Carlton vive e qui è in una foto dal suo annus faticosus: il 2014

Il 29 o il 16 dicembre 1966, va a capire, wiki dice una cosa Repubblica dice l’altra, la cover di Hey Joe di Jimi Hendrix entra nella classifica inglese. Da quel momento inizia la carriera del napoletano, come lo chiamava un mio amico di Avellino. Brevissima carriera: 4 anni, è morto nel 1970. Niente di meglio, immaginate cosa si sarebbe messo a fare pirullando con la chitarra nella vecchiaia. Hey Joe è di Billy Roberts, anche se alcuni l’attribuiscono a Chester William Powers, detto anche Dino Valenti, per darle quel non so che di italo rock che se si parla di Jimi, da quando il mio amico mi ha detto che è di Napoli, viene sempre buono. Di cover di Hey Joe ne sono state fatte una follia e di solito, nonostante la diversa paternità, si dice la cover di hey joe di jimi hendrix. Nel 1993 la cover di hey joe di jimi hendrix l’hanno fatta i Body Count. All’epoca sembrava riuscitissima: la voce di Ice T assomigliava molto a quella di Jimmi Bomba, e andava fortissimo in tutte le Feste dell’Unità. Se l’ascolti adesso è un tentativo di fare una roba tosta però rivista un po’ sui giri e gli assolacci di chitarra grugne che andavano per la fortissimo in quel momento. Ha di memorabile il video, che inizia col ragazzetto che scappa tra le case distrutte, non si capisce se si trasforma in un ballerino e anche della storia francamente non si capisce una sega. E ha di memorabile il chitarrista, uguale al cugino di Willie il Principe di Bel Air, Carlton. In sede di montaggio si è deciso di fare più volte campo-controcampo di Carlton con Jimi e con un bidello che fa le pulizie e talvolta tracanna con sguardo felino una boccia di whisky che nasconde nell’armadietto. Gli ambienti sono vari: il cortile di un ospedale, il corridoio di un ospedale, una stanza d’ospedale (e poche altre indefinite location che però non interessano a nessuno). A un certo punto uno muore, dei tipi si scambiano dei dollaroni e il bidello beve dall’armadietto. Poi alla fine Carlton, vestito sempre da rapper che smandrilla nella chitarra, lancia il suo assolo travolgente mentre passa una signora sulla sedia a rotelle e un prete si beve tutto il vino dell’ostia – individuiamo un tema principale: l’alcol. Qui l’ambiente è diverso: una chiesa di un ospedale. Ma i Body Count suonano per la maggior parte del tempo il quel cortile, che assomiglia tutto al cortile del Liceo in cui, in un torbido giugno, durante la festa di fine anno scolastico, ho avuto un dialogo che mi torna in mente ogni volta che sento Hey Joe dei Body Count. A quel tempo suonavo la batteria e non è che fossi scarso, però quel contro tempo alla fine della strofa di Hey Joe, che nella cover è molto più tamarrizzato rispetto all’originale, mi veniva una su venti. Qualche volta me la sono messa anche in cuffia e l’ho suonata in diretta, ed ero quasi ok, ma quando la davano alle feste dell’unità, con le mani in tasca, seguivo il ritmo con le ditine e non sempre azzeccavo le battute del rullante. Quel giorno, durante la festa di fine anno in cortile, il dj era uno patito di Jimi Hendrix, c’assomigliava pure, e andava matto per la cover dei Body Count. Quindi, a un certo punto l’ha messa su a tutto volume, come simbolo dei nostri tre mesi di libertà estiva. In quel momento stavo parlando con un’amica di vecchia data e una sua amica, che in seconda media era stata la mia morosina, mi aveva lasciato per telefono e io ero ancora un po’ risentito. Mentre la voce di Jimi T risuonava tra quei caseggiati grigio-bianchi, volevo fare lo sciolto e per aiutarmi mi infilai nella mia sfida: il rullante in tasca. Mentre beccavo le battute meno del solito, la mia ex mi chiese “Ma tu la sai suonare questa con la batteria?”, io risposi “Si” e lei mi guardò con approvazione. Che sia il 16 o il 29 dicembre 1966 il giorno in cui Jimi iniziò il cammino verso il paradiso delle rock star non mi frega, quello che volevo dire qui è che mi sentii il più figo della festa. Tanto che le risposi “Visto chi ti sei lasciata scappare?”, col pensiero, e andai a cercare la boccia di whisky nell’armadietto del bidello. (Trucco)

Il buio metallizzato l’ha inventato Maurizio Blatto.

3 dischi belli e 2 brutti, il 2016 riassunto più o meno

Come dice Napo, le Tartarughe Ninja ci hanno insegnato che da soli non si fa niente. Quindi, mentre di solito (non semprissimo) STO BLOGGHEEE’ MMIOOO, la classifica la faccio con gli altri. Ci daremmo tutti alla macchia se dovessimo ascoltare tutta la musica di un anno e, per evitare la redattorification dei boschi, anche le riviste e i siti seri pubblicano classifiche collettive. Unendo le forze, i punti di vista cambiano, si coprono e si scoprono più dischi.
I Turtles sono quattro e quest’anno di classificari ne abbiamo rimediati… quattro. Diego, che dice di aver ascoltato poca roba. Paso, che ascolta un sacco e scrive ancora di più ma quando fa la classifica è il blogger più grind della costa. Giuseppe, che nel 2016 non ha ascoltato niente del 2016. Io. Non volevamo di proposito riassumere l’anno più o meno. Al contrario, abbiamo cercato di farlo al nostro meglio. Però, quando ti metti a fare classifiche, entrano in gioco patologie/gusti che ti guidano nelle scelte dei dischi e nel modo in cui le motivi, tiri le conclusioni forzate di undici-dodici mesi – durante i quali non sempre sei riuscito ad ascoltare bene tutto quello che avresti voluto – o semplicemente apri una parentesi dentro a un quotidiano che di solito non comprende lo scrivere. Il risultato non poteva che essere, quindi, più o meno. In queste classifiche c’è tutto questo. C’è l’uomo di fronte alla musica. Neuroni è oltre la classifica, è le persone.

Sì e NO, cosa cambia dopo il 4 dicembre
di Diego AKA @thepulpit

diego_ok


Leute “9 song”
Esordio bomba dei giovani milanesi per noi orfani dei Crash of Rhinos e non solo. Ho fatto un nome ma ne potrei fare tanti altri in maniera altrettanto inutile, perché alla fine qua è tutto diverso e tutto giusto: il vocione, gli urletti, le chitarre scorticate, i passaggi bucolici e le esplosioni strappacamicia. Tutto fatto con la migliore vecchia attitudine emo, che a volte mi commuovo un po’. Dal vivo sono stati una conferma, ne voglio ancora.

American Football s/t
In questo anno bisesto il grande ritorno degli AF ed un nuovo album di Owen, come fai a non metterne uno in classifica. Siccome di Owen ho preferito il precedente la scelta è fatta. Non ho approfondito il parere dei puristi della prima ora, non mi sono fatto fregare dalle aspettative e mi sono limitato a gustare l’album in tutta la sua pienezza, innumerevoli volte. Io l’ho trovato bellissimo, regalatelo per Natale.

Labradors “The Great Maybe”

Seconda band italiana in classifica ed è tutto di guadagnato.  Il nuovo album di questo emo-power-trio (?) è energia pura che dirada le nebbie di questo periodo. L’album è un rullo compressore, pezzo dopo pezzo, difficile rimanere fermi sulla sedia senza far partire i coretti. C’è un bel pezzo intitolato a Jasmine e poi c’è Mario. No, dico, facile fare una bella canzone su Nina, Anita, Suzanne… ma su Mario? solo i Labradors possono. Non bastasse l’album, visti dal vivo all’Italian Party ed eletto miglior concerto 2016.

NO
Garrett Klahn s/t
Spero che il mio amico Garrett non legga mai questa roba, mi dispiacerebbe. Però dai, va bene che i Texas is the Reason si sono sciolti da un pezzo, va bene voltare pagina, ma qui siamo al limite dell’imbarazzo: le tastierine effettate, le chitarrine banali, la voce adagiata in un luogo confortevole tanto lontano da quello che ci ha fatto emozionare in passato. Vi faccio un esempio per capire. Garrett, di’ la verità, l’hai fatto per la figa.

Minor Victories s/t
Di questo album avevo sentito parlare molto bene da voci autorevoli. E invece no. Sarà che non ho mai sopportato il concetto di supergruppo, sarà che non ho mai sentito l’esigenza di questo shoegaze telefonato ed electro post tutto, faccio molta fatica ad arrivare a fine album. Manca l’amalgama tra quello che di buono poteva uscire da membri di Mogwai, Slowdive, Editors e neanche Kozelek salva la baracca. E per forza che manca, non si può creare un bel disco via email, almeno non per il tipo di musica che sento l’esigenza di ascoltare.

Anche il 2016 volge al termine, Giacomo mi ha chiesto di elencare tre dischi usciti nel corso dell’anno che mi sono piaciuti e due invece no
di Paso – forthekidsxxx.blogspot.it

paso

Ecco la lista:

3
Asphyx “Incoming Death”
Il ritorno degli olandesi Asphyx è l’ideale se volete affrontare l’inverno. Oscuro death metal venato di doom, una vera discesa all’inferno.

Darkthrone “Artic Thunder”
Come si fa a non amare Fenriz e Nocturno Culto? Il nuovo album dei Darkthrone è un viaggio tra la neve e i ghiacci norvegesi. Metal punk attack!

Cosa Nostra “Cani Sciolti”
Si può incidere un vinile di sole cover dei Nabat? Certo che si può. I bolognesi Cosa Nostra riadattano tutto in chiave hardcore senza alcuna remora.

+2
Metallica “Hardwired… To Self-Destruct”
È davvero ora di fare basta.

Metallica “Hardwired… To Self-Destruct”
È davvero ora di fare basta.

Un anno
di Trucco

washingtonUp
Big Cream “Creamy Tales” (ep)
È il disco indie rock anni ’90 di quest’anno. Suonerà come i suoi modelli ma lo fa in modo super scintillante. Creamy Tales è il risultato di un’ossessione per quel tipo di musica. Le ossessioni possono durare poco, oppure molto, ma lasciano il segno. Piccoli o grandi che siano, dopo un po’ di tempo, a voltarsi indietro, i segni che hanno lasciato c’è caso di vederli sulla parete più nascosta di casa. Non come le tacche nel fucile, ma come gli anni che passano, sulle pareti delle prigioni. Le ossessioni possono limitarti, ma hanno per forza anche un lato positivo: condurti alla conoscenza profonda delle cose su cui ti sei fissato. Ora, sto parlando di indie rock anni 90 e ho alzato un po’ troppo il tono della cosa ma, beh, c’è tantissima gente che è fissata con questa roba, io sono tra quelli, da qualche anno, e in qualche modo penso di poterla chiamare un’ossessione buona. L’ep dei Big Cream suona quella musica interpretandone bene le melodie e le distorsioni. Per questi motivi, è il mio disco dell’anno.

Mikky Blanco “Mikky”
Michael David Quattlebaum Jr. è nato in California nel 1986. Da piccolo vive coi nonni, perché sua mamma e suo babbo (ebreo afro-americano affetto da psicopatologie mentali) divorziano quando ha due anni. Da ragazzo, inizia l’Art Institute di Chicago ma lo molla presto perché, si, gli piace l’arte, ma non in quel modo lì. A 16 anni si trasforma ufficialmente in uno scappato di casa e si trasferisce a New York. Poco prima di partire aveva stalkerato via mail Vincent Gallo che gli aveva consigliato di non andarci, ma Quattlebaum non l’ha ascoltato, ha rubato i soldi ed è andato.
A NY, inizia la ricerca di se stesso. Parte dai tornei di go-go boy nei locali più cool, dove è l’unico che riesce a prendere 50$ a serata perché è l’unico che si spoglia completamente nudo. Non regge, e dopo qualche mese torna a casa, crolla psicologicamente e rimane lì per qualche anno. Nel 2008 ci riprova. Questa volta più caparbio, sempre alla ricerca del modo migliore per esprimere una personalità che nemmeno lui conosce. Lavora nel mondo delle gallerie d’arte come artsy-persona e scrive un libro dal titolo From the Silence of Duchamp to the Noise of Boys, seguendo le attitudini che gli sembrava di avere da sempre. Ma niente. Finalmente, nell’estate del 2012, Quattlebaum trova la sua anima drag queen e inizia a fare spettacoli nel cabaret downtown: nasce così Mikky Blanco, che in realtà è vestita come un oggetto d’arte contemporanea più che come una drag queen. “Mikky Blanco was this cosmic union in my mind” ha detto. Così, è fatta. Ma non bisogna mai fermarsi e dopo aver trovato l’identità personale, tocca a quella musicale.
Non sarà una cosa immediata neanche questa. Vanity Fair la definisce “hip hop new queen” ma lei pensa di essere piuttosto “un misto di cose incredibili provenienti dal riotgirrismo e dal ghetto”. Nel 2011, questo “misto di cose” la porta ad assumere un’altra identità ancora (dal nome No Fear) e a suonare industrial. Ma Mikky Blanco prende di nuovo il sopravvento e intraprende la strada dell’horror rap, che declinerà in modo diverso, un disco dopo l’altro: lei rappa sempre, le basi cambiano nel corso del tempo. Il primo ep (& the Mutant Angels, 2012) è una specie di flusso di coscienza accompagnato da ritmi tribali e da un trip hop pieno di venature che fanno di tutto tranne che costruire canzoni. Betty Rubble: The Initiation (2013) pesta con (un po’) più di decisione sui ritmi. Nel 2013, Mikky Blanco va anche in giro a suonare nelle metropolitane e si becca pure le botte. Ma non si ferma e arriva a fare il disco di quest’anno, Mikky, e concerti esplosivi come quello al Transmission IX. Mikky prosegue il discorso horror rap mettendoci dentro basi sempre più spinte e ritornelli veri e propri, in alcuni casi fatti di melodie molto belle. In uno di questi dice Tu hai masgica, su culo è sperrrme.
Spero che quello di Mikky non sia il Mikky Blanco definitivo e che nel prossimo album faccia altro ancora. O che magari Quattlebaum uccida Mikky Blanco e trovi un’altra faccia per definire al meglio la propria personalità. Per ora, Mikky è uno dei miei dischi preferiti del 2016. Il suo concerto, insieme a quello di Bob Mould, è stato il concerto dell’anno.

Waxahatchee “Early Recordings”

In primavera, mentre era in tour sulla West Coast, Waxahatchee si è ricordata all’improvviso di aver registrato cinque canzoni, più o meno nel 2011. Quando è tornata a casa le ha riascoltate. Panico. “The nostalgia I felt when re-hearing them was warm” ha detto.
Quando guardi le foto vecchie sei a rischio infarto ma in fondo ti piace? Ascolta gli Early Recordings di Waxahatchee, danno le stesse soddisfazioni, a lei, ma anche a te.

Down

Sad13 “Slugger”
Dopo Basement Queens con Lizzo e i remix in Foiled Again EP, Sadie Dupuis degli Speedy Ortiz ha fatto il suo disco di elettronica. Non basta però prendere le melodie degli Speedy Ortiz e metterci basi da principianti per uscirne vivi.

Pinegrove “Cardinal”
Ogni canzone di Cardinal dei Pinegrove è perfetta per stare dentro a Grey’s Anatomy. È come se i Gomez, di cui non sentivo la mancanza, avessero scelto di far parte del roster di Shonda Rhimes.

Sono in una fase di riscoperte di cose che mi ero perso per un motivo o un altro
di Giuseppe

greco

Cose belle
The Clean ‎”Compilation”
I Clean sono una band formata nel 1978 a Dunedin in Nuova Zelanda e sono un po’ come i Ramones perchè molti li citano ma come i Ramones non hanno mai davvero raggiunto un successo che invece hanno magari raggiunto altre band che a loro si rifacevano.
Il loro sound è sicuramente pop ma il modo con il quale viene prodotto oltre a una distribuzione che inizialmente si limitava soltanto alla cerchia degli amici li ha fatti entrare nel mito della scena indipendente neozelandese diventando un punto di riferimento per molti altri gruppi in giro per il mondo. Tant’è che nel 1998 a qualcuno venne in mente di realizzare un tributo dall’evocativo titolo God Save The Clean, A Tribute To The Clean nel quale band come Pavement e Guided By Voices rendono omaggio a questi oscuri menestrelli all’altro capo del mondo (letteralmente).
Il materiale prodotto nel primissimo periodo della loro comunque lunga esistenza venne raccolto inizialmente su una cassetta dall’emblematico titolo di Odditties che qualche anima pia più tardi raccolse in una compilation con l’altrettanto evocativo titolo di Compilation (Flying Nun, 1986).

Cakekitchen “Time Flowing Backwards”
Graeme Jefferies è una delle icone della scena alternativa neozelandese che dopo aver gettato lo scompiglio nella madre patria coi suoi This Kind of Punishment emigrò a Londra dove mise su una band con un basso e una batteria battezzandola Cakekitchen. Il primo album si intitola Time Flowing Backwards, venne pubblicato nel 1991 e ben rappresenta l’eclettismo del personaggio con un sound che nella tradizione di Dunedin rientra nel calderone dell’indie pop ma contemporaneamente ne straborda fuori per l’uso che ne fa delle chitarra e del basso miscelate con le tastiere. Come i Clean e i Bats, riescono a essere primordiali se non primitivi per il loro approccio molto Lo-Fi ma contemporaneamente molto raffinati, nonostante la tecnica di registrazione che rende a volte irriconoscibili i testi cantati. Ma vi serve capire quello che dicono? A me personalmente non tantissimo e tutt’ora canzoni come “Dave The Pimp” e “Witness to Your Secrets” per quanto grezze riescono a illuminare spesso le mie uggiose giornate. Se cercate una colonna sonora che potrebbe accompagnare lo spleen di un pomeriggio di pioggia passato a guardare le striscioline lasciate dalle gocce di pioggia sui vetri della finestra della vostra cameretta da eterni adolescenti questo disco fa per voi.

The Bats “Compiletely Bats”

I Bats sono una delle band fondamentali della scena neozelandese degli anni 80. Si formarono nel 1983 su iniziativa di Robert Scott reduce dei Clean, l’altra band fondamentale neozelandese.
Ce ne sono altre ma per iniziare queste due vanno benissimo.
Probabilmente hanno raggiunto vette di perfezione di quello che viene definito brutalmente pop, termine che aborro ma alla fine quello è. Solo che questo mi piace. Pubblicarono molti singoli ed EP prima di arrivare a pubblicare il primo lavoro lungo, nel 1987, dallo strano titolo di Daddy’s Highway. I singoli contengono alcune perle che permettono di carpire l’essenza della loro arte compostiva.
Compiletely Bats raccoglie il meglio di questi singoli come “Made Up In Blue”, “Trouble In This Town” e “Claudine”.

Cose brutte

C’è un oscuro personaggio che riesce a pubblicare tutto quello che crea. Ha una discografia che dal 1987 (anno di fondazione della band di cui è leader e compositore principale) ha composto e inciso centinaia di canzoni. Gli album come Guided by Voices hanno superato la ventina al pari di quelli usciti come solista, per non contare tutti i progetti collaterali con altri musicisti, ma dei quali è comunque sempre l’artefice principale, che comprendono altre decine di dischi.
La discografia di Pollard incute paura e timore reverenziale.
Ultimamente ha anche incominciato a raccogliere gli scarti in antologie che comprendono altre centinaia di canzoni (non sto scherzando). Pare che quasi duecento (200!) registrazioni del suo primo periodo creativo siano andate perse altrimenti le avrebbe sicuramente pubblicate.
Penso sinceramente che sia matto.
Ora, per quanto io sia aperto a ogni esperienza musicale, sopratutto le più oscure, da anni ogni tanto penso che forse Pollard abbia un po’ esagerato. Ogni disco contiene fino a venti pezzi, alcuni dei quali definire canzoni è forse esagerato. Secondo me sono brandelli di composizioni che gli altri musicisti semplicemente non pubblicano ma che lui nella sua megalomania pensa che possano interessare a qualcuno.
Tutto questo magazzino di frammenti musicali è talmente grande e vasto che le perle che crea, perle che esistono e sono tante, vi sono comunque disperse dentro e a volte non vengono notate. Qualcuno parla di un enorme talento sprecato da questa bulimia creativa. La sua produzione è sconfinata e non saprei neanche da dove incominciare.
Ecco, se proprio devo dire un disco che non mi è piaciuto, ne scelgo uno suo. Uno a caso perchè tanto ci si prende. Qua trovate la sua discografia, fate voi:
– Come Guided by Voices
– Come Robert Pollard.

PS: in mezzo ci troverete senz’altro delle gemme come “Get Under It” nell’album del 1996 Not In My Airforce, o “My Valuable Hunting Knife” tratta dal Tiger Bomb del 1995, ma sono come pagliuzze d’oro in un torrente di centinaia di canzoni.

Sull’altra cosa brutta ci sto ancora pensando

Hey, Capo. Possiamo scegliere il quarto posto?
Si dai.
Paso: Ulcerate, Shrines Of Paralisys – superbo death metal tecnico oltre ogni umana concezione
Trucco: Kate Tempest, Let Them Eat Chaos
Diego: Phill Reynolds, Love and Rage
Giuseppe: David Kilgour, Here Come the Cars (1991)

 

Buon 2017 a tutti.