Nevermind ha compiuto 25 anni, In Utero li compie tra non molto

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“Ma i Nirvana sono quelli di I’m Too Sexy?”
“Ma noo!”

Tra me e mio fratello ci sono tre anni anni di differenza e questo è il nostro primo dialogo sui Nirvana. Lui è quello da cui mi arrivava la musica. Nessun amico metallaro, nessun negoziante logorroico. Mio fratello. Lui aveva l’amico metallaro e comprava dischi dal negoziante logorroico, quello che loro gli davano, lo dava a me. Faceva da passacarte per proteggermi da persone per la maggior parte del tempo spiacevoli e con aliti agghiaccianti. Dev’essere stato un lavoro durissimo, perché ricordo che una notte ero nel letto a casa di mia nonna a contare i gruppi di cui avrei potuto diventare fan. Nell’elenco c’erano quelli di cui sentivo cose in giro, in radio o in TV, per lo più Queen ed Elio e le storie tese. Mi dicevo che avrei dovuto trovare un terzo gruppo da seguire però dopo basta perché incominciavano a diventare troppi. Era l’89, o forse il ’90. Quello scambio di battute tra me e mio fratello è sicuramente del ’92 perché I’m Too Sexy dei Right Said Fred è uscita quell’anno e si sentiva dappertutto. Quindi, ho conosciuto i Nirvana nel ’92. Per il Natale di quello stesso anno andai da Righi Music, coi soldi dei miei naturalmente, a comprare Incesticide da regalare a mio fratello. Questo significa due cose, ma soprattutto una: che a quel punto il filtro del fratello maggiore di protezione dal negoziante di dischi era caduto. La seconda è che Incesticide è stato il primo album dei Nirvana di cui ho vissuto l’uscita sapendo chi fossero i Nirvana. Quello dopo, sarebbe stato In Utero. L’ultimo e il più bello che abbiano mai fatto.

Quando riuscii a capire che c’era differenza tra Nirvana e Right Said Fred, diventai drogato di Nevermind. In quel momento, lo ero già di Angel Dust dei Faith No More e Ten dei Pear Jam, i primi dischi che ho comprato per me. Decisi per un po’ di tempo che i gruppi che seguivo erano già abbastanza e ascoltai solo quei tre dischi per qualche mese. O forse qualche settimana. Poi iniziò a piacermi comprare dischi. Seguirono altri innamoramenti per gruppi che ancora oggi non mi tolgo dalla testa, Pavement, Dinosaur Jr, Sparklehorse. E giù a comprare dischi, io o mio fratello. Quando ho conosciuto Nevermind, quindi, era solo l’inizio di un lungo periodo in cui quello che volevo fare era ascoltare musica, comprandola. L’amico metallaro sarebbe entrato in gioco pochi anni dopo e in realtà mi ricordo che tra le prime cose mi passò gli Shelter. Non era un metallaro, quindi, ma il suo ruolo era lo stesso. A quel punto, comunque, anche il secondo velo protettivo fraterno era caduto. A comprare dischi degli Shelter fu però mio fratello. Quello che voglio dire è che potevamo permetterci di sfogare la nostra voglia di ascoltare roba. Non è indicativo dello stare bene di due ragazzetti di 14 e 17 anni, ma è qualcosa. Un ragazzetto di 14 anni può avere un sacco di paranoie, e io le avevo, ma in fondo era normale averle. Non avevo problematiche serie o particolarmente impegnative da affrontare, quelle sono venute dopo. Ascoltavo Nevermind perché mi piacevano le melodie, i suoni, la voce e la batteria potente, non mi fregava niente di essere parte di un gruppo molto ampio di ragazzi nel mondo che avevano trovato in quel disco l’espressione della loro disperazione, non sapevo neanche che questi ragazzi esistessero, non sapevo cosa fosse la disperazione. Mi piaceva come suonavano i Nirvana. Era una roba completamente diversa persino da Ten e Angel Dust, che erano più gommosi, mentre Nevermind era uscito proprio bene, bello diretto.

In realtà, non era sincero proprio per niente, perché Butch Vig (il produttore) lo aveva confezionato ben bene, trasformandolo (si sa) in qualcosa di diverso rispetto a quello che volevano i Nirvana. Era bello diretto ma non era come doveva essere. Sarebbe stato meglio se fosse stato come doveva? Oppure peggio? Non posso saperlo. Fu una cavalcata inarrestabile dal punto di vista commerciale, ma era un disco snaturato dal produttore. Migliaia di ragazzi in tutto il mondo riconoscevano la propria incazzatura in un disco che in realtà era una mezza fregatura, una presa in giro, una musica non vera fino in fondo, una bomboniera creata ad arte. La casa discografica, si dice, non si aspettava così tante vendite. Butch Vig era consapevole fino in fondo di ciò che stava facendo? Non so. A parte questo,  quello che importa è che il disco non era quello che chi l’aveva scritto avrebbe voluto che fosse. Per quello, nel ’93, arrivò In Utero. Non mi ricordo chi l’ha comprato, io o mio fratello, ma l’avevamo in casa appena uscito. Anzi, qualche anno dopo ne ho comprata un’altra copia per averne una mia (la solita storia).

Ieri si festeggiavano i 25 anni di Nevermind. Si continua a dire che in quel disco un’intera generazione si riconosce (l’articolo peggiore è questo) e nella stampa nazionale si continua a parlare di Nevermind come del miglior disco dei Nirvana. In termini di vendite di sicuro (30 milioni contro i 15 milioni di In Utero) e pare sia questo il criterio di giudizio: più copie si vendono, più disperati ci sono che lo ascoltano e dicono di riconoscersi, più il disco è generazionale. Ma è In Utero a essere considerato, da chi lo ha ascoltato veramente e da chi ha un briciolo di sensibilità musicale, il disco migliore dei Nirvana, lo è già da un po’ di tempo, non sono io a dirlo per la prima volta. E lo è perché è il disco che corrisponde alla volontà del gruppo, e in questo caso la volontà del gruppo era la cosa migliore da fare. Neanche In Utero mi piaceva perché mi rispecchiassi in ciò che diceva, ma perché mi piacevano le canzoni e mi trasmettevano smarrimento e forza che non erano per niente mie ma che mi entravano dentro ugualmente, erano belle da ascoltare.

Nevermind è il prodotto di un altro (Butch Vig) che lo modellò, lo cambiò in maniera rilevante – anche questa è una cosa emersa da tempo. Molti ragazzi della mia età e anche un po’ più grandi si sono riconosciuti in un messaggio che non corrisponde fino in fondo a quello che il suo autore voleva trasmettere. Non è Kurt Cobain il portavoce della generazione X, è Butch Vig, il batterista dei Garbage. Vi piace l’idea? Non è molto bella. Tutto questo per dire che stiamo festeggiando i 25 anni del disco che la stampa, i commenti su Facebook e le vendite hanno stabilito essere quello che ha cambiato la vita di un’intera generazione ma che non è quello che volevano i Nirvana. Stiamo festeggiando l’artista che ha dato voce a un’intera generazione ma per farlo abbiamo scelto un disco fallato. Tra due anni è il 25° di In Utero. Quello è il disco che Cobain voleva, ma non è considerato il disco che dà voce a una generazione, perché è stato deciso così, perché non tutti l’hanno comprato, perché quando è uscito un po’ la fotta era già passata, perché il tempo per trovare e vendere il disco che rivoluzionò il rock era già passato. Evidentemente la “voce della nostra generazione” e la “nostra generazione” non erano sincronizzati e la nostra generazione aveva bisogno di sentirsi dire cose diverse rispetto a quelle che voleva dire Kurt Cobain.

Per questo dico che invece di pensare a tutte quelle stronzate (“la voce di una generazione”, “la disperazione di tutti”, eccetera) penso alla musica. Da questo punto di vista, Nevermind spacca, ma In Utero spacca ancora di più. E nel 2018 compie 25 anni. Sono appena 3 anni che ne ha compiuti 20 e sono già pronto a festeggiare davvero, di nuovo.

Giønson s/t, soprattutto sui testi

 

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Di solito non mi viene da scrivere così, canzone per canzone come un elenco, ma stavolta questa cosa non saprei come metterla giù diversamente (ndr).

Vita di mare: c’è un confine molto labile tra la vita di merda e quella di merda dorata ed è indagabile con l’ironia iconoclasta, quella che distrugge i simboli della felicità materiale, tra i quali campeggiano in maniera gigantesca e chiarissima nel loro esplicare un significato: due bare in mogano – una per me l’altra per la mia donna, per essere i più ricchi del cimitero (primo livello di inutilità, quando sei morto) – e pagare le tasse (secondo livello di inutilità, il più alto e feroce, quando sei ancora vivo). E in effetti alla fine c’è bisogno di una targa che ti ricordi che non fai più una vita di merda. Questa è la prima canzone, che toglie senso a un certo concetto di vita differente dandone ancora di più al suo contrario.

La seconda canzone, dal titolo con due significati – entrambi corretti – Sguscio, toglie senso al tentativo di cercare qualcosa di buono in quello che ci circonda. Neanche questo ha senso e visto che cambiare vita in una certa direzione ne ha ancora di meno, rimaniamo così. Questa cosa è estremamente vera, è l’esposizione perfetta di un desiderio vivo, contro il quale combattevi e di cui adesso accetti con pazienza l’esistenza ogni volta che si ripresenta (che pare sempre l’ultima): desiderare una vita migliore, non essere contento di quello che ti viene offerto e capire ancora una volta che quello che fai tu è semplice, tranquillo e piccolo ma è la tua roba. È la canzone che te lo dice: la prima parte espone l’occasione concessa ancora una volta a quel desiderio ed è HC veloce e strillato, la seconda (una riga di testo cantata una volta: consapevolezza forte) rallenta, ed è il rendersi conto della realtà, con conseguente fuga verso te stesso.

La terza sembra la canzone seria della consapevolezza, all’inizio. Alla fine (anche qui: nel momento in cui te ne rendi conto l’hc rallenta) capisci che è una fregatura e non c’è niente di così serio. Ma i toni me l’avevano fatto pensare. I testi si evolvono, non dicono una cosa e poi si fermano, non si accontentano e arrivano al punto di prendere in giro se stessi tirando fuori una situazione assurda che mette in un contesto preciso tutto quello che è stato detto prima, gli toglie il significato universale che non vuole avere e cambia senso. Si chiama Ci toccherà ed è la canzone in cui i Giønson scrivono con forza il capitolo in cui dicono che non vanno presi seriamente e che non vale tanto la pena frignare. L’emo core è ancora vivo (altrove) ma giochiamoci su, magari distruggendolo momentaneamente con questa canzone e con le sue sue origini hard core e punk.

La quarta prosegue la seconda, sulla sindrome del cambiamento, altrimenti detta Sindrome di Balboa: se io posso cambiare e tu puoi cambiare allora tutto il mondo può cambiare. Stavolta non è all’esterno che si cerca ma in se stessi. 30 anni fa Rocky sperava di mettere fine alla Guerra Fredda con il suo discorsino, adesso Putin è alleato di Erdogan contro gli Stati Uniti e non è cambiato un cazzo. Balboa cercava un cambiamento dal particolare al generale, la Sindrome di Balboa lo cerca dal particolare al particolare, dalla mamma dei Goonies a me. Niente da fare. Sguscio diceva che neanche gli altri non cambiano: è un disastro su tutta la linea.
Comunque, i Giønson cercano sempre il cambiamento del se stesso e basta, mai insieme, sempre parallelamente agli altri. Alla fine la sconfitta è sempre tua, mai di tutti, e non è vero che mal comune mezzo gaudio. Anche da questo punto di vista è un disastro, o forse una salvezza, perché un posto in cui tornare a stare bene c’è sempre, e non è di sicuro quello di Vita di mare, ma il guscio da cui nasce Sguscio.

Nuovi vecchi è la parte finale della vita nel guscio di tutto questo. Le generazioni si susseguono ed è naturale che ci siano dei nuovi vecchi che sostituiscono quelli di prima. Non esito a definire s/t dei Giønson un concept album sul tempo che passa, non in generale, ma su come passa e su come cazzo lo passiamo noi.

Annosa questione è la vera conclusione dell’ep, nel condominio di Cusano Milanino e non nel Bosco Verticale di Milano. Se un disco finisce con “io ce l’ho messa tutta” abbiamo già capito. Alle Olimpiadi è l’espressione che usano gli atleti che non vincono, dopo quattro anni di allenamenti e un solo obiettivo. Mancato. Perché non si può rendere definitiva la questione dicendo che hai scoperto dove stare bene, bisogna sempre mettere in dubbio la certezza, disturbarla. È necessario, altrimenti ci rubate l’anima della questione.

La musica è hard core, a volte veloce a volte no, che comunque ti dà quel sentore di verità detta velocemente, non per forza la tua verità, non per forza una verità assoluta, ma bruciante. 

Che i testi siano molto buoni non è scontato. Prendete i Bruuno per esempio, genere assimilabile, ma testi di una pesantezza abnorme, capovilliani. Le parole non devono per forza corrispondere alla verità – sono anni che ascoltiamo l’emo, la trasposizione musicale e testuale migliore di una tristezza teatrale, la messa in scena di una finzione, ma una finzione che in certi casi ti strappa i muscoli dello stomaco – ma devono raccontarla bene.

I Giønson ricordano i Verme, e infatti si mormora che il cantante sia lo stesso. E infatti come i Verme parlano de vita, meeting il Vasco più sicuro di sé e la desolazione di Ron allo stesso tempo.

E il rullante della batteria, uguale a quello dei CIV, innesca ricordi che sono vita passata e, per questo, registrata per sempre. Basta un suono per farlo. Con un elemento proprio della musica, e non sempre o non per forza esplicativo di qualcosa, si può creare un’ambientazione per chi ascolta. E il guscio è fatto. Il guscio sono gli anni passati, un proprio mondo confinato, da cui non si riesce o non si vuole uscire. Giusto o sbagliato non importa, tanto è solo il suono di un rullante.

Qual è l’episodio dei Goonies che ricordate appena dite Goonies? Io quello di Chunk che confessa tutto ma proprio tutto alla Banda Fratelli. Gli racconta di quando ha rovesciato il vomito finto addosso alla gente e altre marachelle, senza filtro alla genuina ignoranza che le ha generate. I Giønson sono un po’ così. Prima di tutto, senza filtro all’ignoranza anche loro, nel senso che buttano lì la questione senza tanti problemi e vanno a fondo con pochissimo. Secondo: quei momenti di Sguscio e Ci toccherà, in cui il testo e la musica cambiano direzione insieme, sono la lucidità, quella illuminante di un momento solo, brevissimo, innescato da un qualsiasi stimolo, in cui però si vuota il sacco e si rende chiara la verità, disarmante e imprevista, ma che fa anche ridere. I Giønson come Chunk. Streaming.

Non capisco

2015-04-27 09.33.30

Ho conosciuto Bon Iver come un inevitabile autore del quale non si poteva fare a meno. Era uscito da poco il secondo disco, l’inafferrabile omonimo sul quale l’artista sentiva la necessità di scrivere due volte il proprio nome e di cui tutti stavano parlando, quando osai dire a una collega che a me Bon Iver non piaceva. Il dissenso viene sempre accettato di buon grado da alcune persone che frequento giornalmente per motivi lavorativi, dev’essere per questo che la collega ha iniziato a gridare “Non gli piace Bon Iver, non gli piace Bon Iver”, ripetendo la frase due volte ogni volta, come a citare il cantante. Poco tempo dopo, nella libreria della mia ragazza, abbiamo iniziato a tenere un po’ di cd e dischi. Abbiamo deciso di tenere “tutto bon iver” perché “questo si vende di brutto”, a detta del fornitore. E va bene, del resto, cosa fai, tieni solo i dischi che non venderai mai? No. Non passò neanche un giorno che una persona, un personaggio importante del paese, uno del teatro, vede i cd, ci razza dentro un venti minuti, fuoriesce dall’immersione indisturbabile (quanto indisturbata) e dice “Avete tutto Bon Iver, complimenti, cazzo”. E cazzo lo ha detto sottolineandosi, come se di Bon Iver in quel momento non stesse parlando nessuno. Esistono personaggi del mondo della musica che suscitano questo tipo di entusiasmo, come se ascoltarli sia una roba super ricercata quando non lo è affatto. Sembra che conoscerli sia il privilegio di pochi, quei pochi che ne capiscono un sacco di musica. Bon Iver nel 2011-2012, appena uscito col disco, lo trovavi anche all’Iper. Una volta è successa una cosa simile con Iggy Pop. CAZZO, hai tutto Iggy Pop. Intervengono le passioni personali che ci ottenebrano la mente, capisco, ma un po’ di lucidità.

Ho divagato un po’. Torno a bomba. Il terzo episodio legato a Bon Iver è ambientato sempre in negozio. In vetrina avevamo messo un disco orrendo, Unmap di Vulcano Choir. Sapevamo che dentro c’era lui e l’abbiamo messo in vetrina, perché si vende di brutto. Ora posso dirvi quanto in quel momento ho provato per un breve attimo la sensazione del venditore di dischi, quale io non sono, ho un altro lavoro, ci tengo a sottolinearlo, che deve scendere a patti col diavolo e vendere la merda, fa fatica a farlo, ma deve, se non vuole chiudere subito. È un discorso che valeva soprattutto anni fa, quando la via per avere un disco era principalmente il negozio e quando ancora il negoziante di dischi poteva vantare un ruolo da evangelizzatore, va bene d’accordo, ma mi andava di segnalare questa mia sensazione. Fatto sta che quel disco i primi giorni non si vendeva. Normale, dicevamo, pazientiamo. Passa ancora una settimana e già era “Abbiamo pulito il melo, Bon Iver qui non lo vuole più nessuno”. Meno male, dicevo io, epidemia fermata. Ma non per questo la battaglia finiva lì. Quindi abbiamo deciso di lasciare il disco in vetrina, aggiungendo una cosa: appiccicandoci un’etichetta sopra che diceva bon iver in stampatello. Tempo un giorno, entra uno e chiede “ma quel disco in vetrina, in che senso c’entra bon iver? la musica assomiglia?”. Io ho risposto si certo e non ho fatto in tempo ad argomentare quel poco che sapevo che il tizio aveva già pagato.

Quarto episodio. Non tanto tempo dopo incontro un amico e non so per quale motivo finiamo a parlare di Bon Iver. Io insomma gli dico che non mi piace e lui risponde “Perché non ti piace??!!”, arrabbiato, come se provare piacere ad ascoltare Bon Iver fosse insito nella natura umana e necessario come la pizza.

Dopo un po’ di tempo, come è naturale che sia, l’attenzione su BI è calata. Oddio, a tratti – un concerto, un video.. – se ne parlava, come anche questo è normale che sia. Tra l’altro non ho mai capito come si pronuncia. Dovrebbe derivare dalla storpiatura del francese (fonte: wiki) in omaggio a una serie televisiva america, un medico tra gli orsi, ma per quanto ne so potrebbe anche non c’entrare niente. Rimane che alcuni si riempiono la bocca delle R francese quando lo pronunciano, altri dicono AIVER, e ne parlano da dio. Io strippo in ogni caso, principalmente perché trovo fastidiosa la sua musica. Fastidiosa è la parola giusta, perché è una presa in giro. In tre dischi (il terzo che esce tra poco l’ha fatto dal vivo nella sua città natale pochi giorni fa e lascia stare che gli arrangiamenti possano cambiare, ma un’idea ce la si fa, e per farsela vengono in aiuto anche due video nuovi) non fa altro che reiterare la stessa idea di canzone, con la musica ridotta al minimo e melodie appena abbozzate, sviluppate pochissimo e debolissime, nel senso che si possono anche memorizzare ma non sono canzoni che puoi canticchiare per stare sereno, dopo tre secondi rinunci perché ti sei intristito. La modalità coro da chiesa ritorna spesso ma Bon Iver non spinge mai tanto neanche in quella direzione. La sua musica è l’unione tra folk e ambienti degli anni 80 più ovvi, quelli della base in quattro quarti con quel suono, quel suono gommoso degli anni 80 da balera. È un autore molto delicato, che mostra sempre lo stesso lato di sé, per due dischi e mezzo. Non ha picchi, non ha scatti, non vive, anche quando sembra poter avviarsi, si stoppa con un organetto. Non mi piace un autore che mostra non-vitalità in questo senso e fino a questo punto. In più, non è detto che abbia paura di spingere in un’altra direzione. Dopo due album e un live del terzo è legittimo che venga il dubbio che non sia in grado di fare altro.  Non è mai stato considerato un cantautore illuminante da nessuno, ma sicuramente è considerato garanzia di qualità, ma non lo è. È anche uno dei più influenti nei confronti di altri cantautori venuti fuori negli ultimi 5 anni e le sue melodie, per quanto segnate da un grandissimo difetto: la monotonia dell’intensità, quindi sarebbe quasi meglio dire LA sua melodia, la sua melodia ce la ritroviamo nelle pubblicità e pompate da gruppi del momento della pubblicità della TIM e come Empire Of the Sun.

Al netto della sua coolness, che al momento, e da anni, prende tantissimo, e che per altro lui sa gestire benissimo con quell’aria un po’ da orso un po’ da prete (da qui forse la fissa con i cori) e quelle mise trasandate ma non del tutto, Bon Iver ritorna nella vita di tutti i giorni e io non capisco quali siano i motivi, quale sia la giustificazione del fatto che se ne parli come un bravo autore di canzoni. Quel terzo album di cui sopra esce tra poco e già si inizia a parlarne di più. Come è normale che sia. Normale, come Bon Iver, che è uno di quei cantanti per cui il nome del gruppo viene identificato con il leader, come Jovanotti, per dire, e io non c’ho trovato mai niente di giusto in questo. Normale, dicevo, come Bon Iver, che pare una persona che non ha troppo da dire, che ha beccato un modo di scrivere una canzone e ce la sta ripetendo da tre album.

La classifica degli album dei Dinosaur jr post reunion

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Ho 38 anni tra 3 giorni. I più vecchi o i più giovani mi dicano come si fa ad avere il desiderio di fare delle classifiche senza che ti venga in mente Nick Hornby. Quando avevo 20 anni se facevi una classifica di qualcosa che c’entrava con la musica eri un figo perché facevi come Nick Hornby. Questa storia è durata un anno al massimo dal momento in cui ha iniziato a diffondersi la lettura epidemica di Altà Fedeltà, ha ripreso vita con il film qualche anno dopo, ma per il resto del tempo rimanente nessuno voleva fare classifiche per non essere definito hornbyano, tra l’altro con uno dei peggiori termini in -ano che indicano derivazione e che suonano malissimo per la maggior parte delle volte. Il peggiore è antononiano. La classifica è la classifica, la giovanile passione per John Cusack non è mai stato motivo di vittoria di Hornby sulla classifica come istituzione. Anche perché poi la classifica nickhornbyana è stata sostituita da quelle su internet, dove sono diventate un must (ormai oggi per soli babbioni) ma però (rafforzativo) non sarebbero mai andate di moda se non fossero state dentro a Altà Fedeltà. Per cui, stesso processo: all’inizio era figo farle, dopo ci siamo rotti il cazzo un po’, poi ancora di più perché ci siamo resi conto che erano le solite classifiche di internet che riprendevano le solite classifiche alla Alta Fedeltà. Ma il vero anarchico fa le cose. Fa le cose, basta. Se ne frega delle correnti, delle opinioni. Io faccio classifica. Qual è la classifica dei dischi dei Dinosaur Jr dopo la reunion? Tutti parimerito, articolo finito, ciao. In effetti è proprio da chiudere in questo modo, perché sono anni che J Mascis scrive e canta le sue canzoni, lascia due finestre per due scoreggine basso-voce a Lou Barlow e Murph è il batterista muto. Lou Barlow e Mascis non si parlano da anni e, è notizia ufficiale di non troppi giorni fa, Murph fa da tramite, a gesti probabilmente. La situazione non è delle migliori. Ma continuano a uscire dischi, tutti uguali, senza prospettive e volontà di crescita, con un raggio di sviluppo di una misura uguale a zero. E stando ai fatti, l’accoglienza di chi ha avuto la pazienza di ascoltarseli tutti è stata meticolosa e ha fatto distinzioni tra uno e l’altro, perché un po’ di cuore lo strappano sempre, e a volte ne strappano di più, a volte di meno. E i dischi sono tutti simili, ripetono una sequenza di canzoni eterne, ma per questo c’è la necessità di fare una classifica, per sentire che, o capire perché, non lo so. Che tristezza, ma anche che grande amore.

Un po’ di storia, ma proprio due righe. Fanno tre dischi con la prima formazione poi Lou Barlow se ne va, arriva Mike Johnson al suo posto e fanno altri 4 dischi fino a Hand It Over (1997), detto anche Hand It Omer, per la tendenza a pantofolare di j Mascis. A un certo punto c’è stato anche George Berz, un batterista nuovo, visto che anche Murph, come Barlow, si era rotto il cazzo del comandante J, sornione ma dittatoriale.

Quindi, ecco la mia classifica dei dischi dei Dino dopo la reunion del gruppo originale, nel 2007.

4. I Bet On sky (2012). Quando è uscito, questo blog aveva una voce di menù che si chiamava DINO. Dentro ci mettevo anche gli articoli sulle scarpe dei Dinosaur Jr. Dopo questo disco l’ho fatta sparire, ma ho continuato a vederli dal vivo. Quindi non mi sono stancato di loro con questo album. È in realtà il disco più lontano dagli altri – quasi ogni canzone (prendete What Was ThatAlmost Fare, Recognition) è effettivamente diversa da tutte le altre canzoni – ma è anche quello in cui bisogna fare il fiatone per arrivare alla fine di ogni pezzo, l’unico in cui la chitarra diventa davvero pesante da affrontare. Non c’è motivo di cambiare. Nelle situazioni in cui gli sembrava che facessi una cosa che non era da me, mio nonno Nello mi diceva: “Tan fega e scioc, sta cum cì”, che più o meno significa “non fare il cretino, sta come sei”. A distanza di anni, avrebbe avuto ragione a dirlo anche a J Mascic.

3. Give A Glimpse Of What Yer Not (9 giorni fa). Ogni volta che esce il primo singolo è il migliore, ogni volta che fanno il lento è il più bello, ogni volta che stoppa la chitarra mi tranquillizzo ma non del tutto, ogni volta che attacca la batteria di Murph il rullante è più squillante di sempre. Ogni volta, ogni volta uguale. Però quest’anno hanno fatto lo sforzo di uscire dalle solite melodie (me ne sono accorto in I Told Everyone) e il pezzo di Lou Barlow (Love Is…) ha un andamento Giant Sand che non avevo mai sentito, e ne facevo anche a meno. Però, per quanto Goin Down sia uguale a tutti gli altri singoli, sono cambiamenti che contano. Il contesto generale rimane sempre lo stesso ma non c’è ancora una morte cerebrale che decreti la posizione ON del pilota automatico. Per quanto possano essere piccole, le idee le hanno ancora e le mettono in tutti i pezzi, e qualche volta sembrano anche una roba nuova. Avete mai sentito J Mascis cantare più lentamente di in I Work For Miles? O cool come in Mirror? No. La musica che ci piace ci restituisce anche reazioni diverse di fronte alle stesse cose. I Bet On Sky era diverso e non mi piaceva, questo ha alcune idee nuove e mi piace. Vai a capire come funziona il cervello.

2. Beyond (2007). Non è vero che gli assoli e le canzoni di J Mascis sono tutti uguali. Credo sia un discorso di come vengono inseriti nel contesto, di quale momento viene scelto per dargli il via libera. Da questo punto di vista, Pick Me Up è una delle migliori di sempre, non perché l’assolo è ininterrotto (succede) ma perché parte al momento giusto, cioè quando il resto della canzone ha dato quello che doveva dare. Back To Your heart sarebbe il pezzo di Lou Barlow che ha stabilito come devono essere i pezzi di Lou Barlow dopo la reunion, cioè dritti dritti dai Folk Implosion, se non fosse che ogni volta potrebbe essere così. È come quando si dice <se non fossi innamorato di lui/lei, lui/lei sarebbe quello che mi piace di più>, significa aver fatto una scelta. È bello fare scelte, c’è qualcosa che ti perdi ma non ci pensi perché hai qualcosa che non te lo fa rimpiangere. Ecco, così è Back To Your HeartThis Is All I Came To Do non ha stabilito nessuno standard, ha solo ripreso quello della chitarra più rilassante, già esistente, ma ogni volta che la suonano dal vivo è la regina del ballo a ossa morbide. Puoi abbassare i gomiti perché li abbassavano tutti. Beyond ancora di più di Farm stabilisce tutte le scatole con cui verranno definite le strutture delle canzoni dei Dino del futuro (anche It’s Me), essendo il primo della serie, ma Farm ha una cosa in più.

1. Farm (2009). Non fate finta che il disco non inizi con quella chitarra effetto moment act dopo tre ore di mal di testa. Il cielo che si libera delle nuvole. Da lì, tutta discesa. La chitarra grossa prende il posto della chitarra frigna, se escludiamo See You, ed è la prima e unica volta che succede. La chitarra di I Don’t Think ritorna a galla dal 1997 ed esce a comandare. Per chi poi ancora non credesse che per scrivere di musica sia necessario un qualche cazzo di ricordo, aggiungo che quando il tour di questo album è arrivato in Italia usavo ancora la mail del vecchio sito e che con gli amici mi ero d’accordo con quella per andare a vederli a Bologna. La macchinata migliore di sempre: Mattia, Boris, Alba e Francesco. Alba raccontò la storia dell’assassino di prostitute di Cesenatico, Mattia parcheggiò dentro a un condominio e prese una multa grande come una casa. Facemmo alla romana.

Per fare la classifica li ho riascoltati tutti – verrà il giorno in cui smetterò di passare così i pomeriggi d’estate ma per ora – ci sono due scuole di pensiero. Io ho capito che sui pezzi di Lou Barlow non c’è niente di cui discutere. Ok, belli, si, ma dopo? Io scelgo J Mascis per sempre. Qualcuno pochi giorni fa parlava della propria tendenza a esagerare quando scrive di musica: sta al lettore “la malizia di fare la tara” (cit.). Come si fa a dire che un gruppo come i Dinosaur jr sono il gruppo della vita non lo so. Sempre sempre uguali, sempre le stesse dinamiche dal vivo, sempre la stessa storia tra i componenti. Ma quando partono le canzoni non ho bisogno di sentire altro, quella voce fastidiosa diventa l’idea di armonia migliore che posso avere e gli assoli l’unico seme della follia da cui non voglio più uscire. Sto esagerando, ma come potrei non farlo se è quello che succede? Magari a qualcuno piace di più qualcun altro, quindi esagererà se mai dovesse scrivere di lui. Se non hai nessuno con cui esagerare, smetti di ascoltare musica.

Greg e Satomi, what is love

Questa foto è riciclata ma mi piace un sacco

Questa foto è riciclata perché mi piace un sacco

Satomi Matsuzaki e Greg Saunier sono sposati. Hanno inventato i Deerhoof con Rob Fisk, che nel ’99 è scappato dal nido. Immagino i momenti della loro vita di coppia, che non siano quelli in cui suonano, e non mi viene in mente niente di realistico. Sono davvero surreali, fisicamente. Lui ha la faccia di un fumetto di Ratigher, lei è un cartone animato. E in effetti hanno collaborato con alcuni illustratori. Al di là dell’aspetto fisico, la loro carriera insieme è una vera storia di crescita musicale. All’inizio facevano noise, poi hanno iniziato a cambiare direzione infilando nei dischi il jazz, il funk, il pop e l’hard rock, l’elettronica e la musica giapponese che suona nella testa della Matsuzaki. Dal 1996 a oggi hanno fatto 14 album e non c’hanno buttato dentro tutti i generi così giusto per fare i supermercati della musica ma per descrivere un percorso fatto di cambiamenti costanti e di cui neanche loro conoscono la meta. Nel corso degli anni hanno costruito solo le tappe, una alla volta, e non hanno ritenuto costruttivo stabilire quale fosse il tracciato del percorso, perché viene ricalcolato di volta in volta. Le tappe gli hanno fatto cambiare idea e decidere in quale direzione andare sarebbe stata una perdita di tempo.

Tempo fa volevo fare l’astronauta, da piccolo, poi ho iniziato a fare l’impiegato e mi sono trovato così bene da non smettere più. Quando ho visto i Deerhoof dal vivo, nello specifico: quando ho visto le loro facce da vicino, per la prima volta dopo anni mi è tornata la voglia di fare l’astronauta, così, perché ispirano la fantasia.
Il 99% dei personaggi molto eccentrici come la Matsuzaki mi fanno girare le palle. Basta che caschino nel mio campo visivo e m’incazzo. Lei dovrebbe farmi girare le palle tanto quanto loro ma non è così, perché mi piace quello che fa. Eh, quanto è sbagliato il mio modo di pensare. È pregiudiziale. Sembra, questo, un ragionamento assolutamente inutile dal punto di vista musicale, in realtà forse non lo è, perché i Deerhoof hanno un po’ questo modo di fare che ti costringe a rimescolare le carte in tavola. Il penultimo disco, per esempio, non mi era piaciuto. Riascoltandolo dopo l’ultimo ho cambiato idea, perché ho apprezzato cose che prima non avevo apprezzato. Non succede quasi mai. Il loro primo disco era del noise formidabile, ma riascoltato dopo i successivi è un disco noise e basta. La cosa positiva è che non sai mai cosa aspettarti da loro, ogni volta cercano di fare roba nuova e rimettono in gioco quello che hanno già fatto, nel bene o nel male, rischiando che quello che hanno fatto diventi niente rispetto a quello che fanno. Secondo me è una cosa rara.

A proposito della loro capacità di demistificare il proprio passato e andare avanti, in The Magic, dei primi dischi noise rimangono poche tracce, storpiate da un suono o da un ritmo. Non è un passo avanti verso robe nuove ma un rimasticare se stessi e provare a cambiare quello che è stato già fatto. Fanno un sacco riferimento a se stessi, è facile: bastano una batteria sempre uguale e una chitarra con un suono a cornacchia. Poi sono veloci, languidi, copiano ancora se stessi, sono ancora veloci e così via. The Magic è un insieme irrequieto, che cambia pezzo dopo pezzo, torna su se stesso e poi cambia ancora. Ogni canzone l’abbiamo già sentita in qualche altro loro disco ma tende a qualcosa di nuovo, mette insieme idee vecchie di Breakup Song (2012) e suoni nuovi, come in Kafe Mania!, idee di altri (That Ain’t No Life to Me), idee vecchie e basta (qualcosa di Life is Suffering da Paradise Girls) ma prova sempre a fare qualcosa di differente. Il pop rimane il denominatore comune in ogni caso. Come gruppo pop, adesso come adesso sono meglio dei Flaming Lips (in Learning to Apologize Effectively li ricordano) che fanno album di cover e collaborazioni, cioè cercano linfa vitale all’esterno. I Deerhoof, la scorta energia ce l’hanno in casa. Hanno cambiato formazione in passato, ma anche questo fa parte del continuo processo di rielaborazione di se stessi. Greg e Satomi, casualmente, sono gli unici componenti fissi. Non è neanche la famiglia contemporanea, ma una sua concezione futuristica, in cui i figli rimangono una necessità dei genitori, ma si possono restituire e cambiare.

Fino a un po’ di tempo fa pensavo: se il batterista (Greg Saunier) si diverte poco, i Deerhoof non suonano come potrebbero. Per questo non mi era piaciuto tanto La Isla Bonita. In The Magic Saunier suona poco (Plastic Thrills) ma suona anche molto (Nurse Me), non si può dire suona così e basta. Con suona poco intendo che non frulla, non fa fronzoli, non sriccardona (e questo è un problema di cui parlo dopo), con suona molto intendo il contrario. Metà della sezione ritmica, quindi, non è ben definibile, l’altra metà (il basso) la suona la Matsuzaki. Lei non è un genio del basso, spesso i ritmi non sono assolutamente niente di che, ma è una piccola macchina della precisione e il risultato finale è d’impatto. I dettagli fanno spesso la canzone, come in Life is Suffering. Elementi di riccardonismo ce ne sono, soprattutto tra i chitarristi e Saunier. Un po’ di giorni fa un amico ha scritto su Facebook che gli ultimi dischi dei Karate sono pieni di riccardonate e sono insopportabili. È vero, e qualche anno fa non me n’ero accorto. Fino a qualche mese fa non prendevo neanche in considerazione il fatto che i deerhoof potessero essere riccardoni, adesso si. Anche noi siamo soggetti a un percorso di crescita di cui non conosciamo la meta, alla scoperta del riccardonismo per smascherarlo. Tra qualche anno scriverò un articolo in cui dirò che i primi dischi dei deerhoof sono in assoluto i migliori, il resto è solo un esercizio di stile.

Deerhoof VS Evil è il loro disco peggiore: 2011, sembrava arrivata la fine. Ma i Deerhoof sono tornati. Quanto potrà durare? Non tanto probabilmente. Li ho visti una volta sola, per il resto ho guardato un sacco youtube, e sono sicuro quello che li ha tenuti vivi e vegeti sono i concerti, ne hanno fatti per anni e sono sempre spettacolari, spesso improvvisano e dall’improvvisazione continuano a prendere linfa vitale. Quella volta di Deerhoof VS Evil non è che non hanno provato a fare una cosa nuova, solo che non gli è riuscita. Tappa sbagliata, bisogna ricalcolate, ha detto la Matsuzaki. Prima di The Magic hanno pubblicato anche un album dal vivo, che testimonia quanto divertimento si possa tirare fuori da potenza e precisione. E sono ripartiti al 100%.

Comunque, Little Hollywood ricorda un Johnny Mox del 2014.

DISCO DELLA MATURITÀ. Waxahatchee: Early Recordings

 

Copia di waxa

È accettabile che sta voce e sta chitarra mi sembrino le uniche possibili? No, non lo è, perché ci sono mille altre voci in giro, con caratteristiche diverse, mai così monotone, e ci sono altrettanti modi di suonare la chitarra, che non fanno sempre ricorso a due accordi facili facili.
È accettabile che mi piaccia un disco che porta a galla solo pensieri pessimisti? No, non lo è. Perché è il mio primo giorno di ferie, perché se mi metto a fare le cose che devo e/o voglio fare i pensieri mi passano. Perché non sono più un adolescente che ascolta musica per stare male, semmai per sfogarmi. Una volta mi sentivo speciale a starci male, oggi non c’è niente di buono.
È plausibile che questa tipa sia l’unico concerto che voglio vedere? No, non lo è, e sarebbe anche meglio che mi svegliassi, ci sono tantissime cose diverse da questa che si possono vedere e ascoltare, e la posta in gioco è altissima: un altro amore musicale, una qualche roba che spacca, una qualche altra che mi fa saltare, la novità, il futuro.
Ma per adesso è questo il mio trip: gli Early Recordings di Waxahatchee. E la musica non è la vita, almeno per me che non mi ci guadagno da vivere. E non è tutta la mia giornata, faccio altre cose, la musica è al limite la pausa da quello che devo fare, o quello a cui voglio arrivare alla fine del giorno, in pace. A volte ci rinuncio, anche, perché non potrei farne a meno ma non è vitale. Non deve essere neanche una cosa razionale, che mi piace oppure no in base al confronto con quello che “sulla carta” è meglio. Può essere una parentesi di angoscia, può esserlo, o una cosa che mi fa perdere completamente il senso del tempo, ma poi tocca saltare fuori dal cerchio magico. Posso ballare con gli amici 20 minuti, quattro canzoni stronze scritte 20 anni fa e più belle di tutto quello che è venuto dopo, ma poi bisogna andare via, e non vederci per altri due mesi.
La musica non deve coincidere con la realtà, non deve essere plausibile o accettabile, è così e basta. È proprio qualcos’altro. E questo è il disco della maturità. Sì, la mia. Adesso la smetto di frignare e vado a comprare le zucchine.

Screamo Mail. Nulla è per sempre neppure l’inverno, Il mare di Ross

2015-04-25 16.34.30

Bisognerebbe inventare un misuratore di passione per i comunicati stampa. Se è troppa, il comunicato si autodistrugge e chi lo scrive è costretto a ricominciare da capo. Il fatto che il misuratore non esista può avere due conseguenze: leggendo i comunicati mi creo troppe aspettative, oppure rido. L’ascolto può dare una vita autonoma al disco, che può schizzare via anni luce. Oppure anche rimanere nel limbo, tra gli incensi dell’ufficio stampa e l’indifferenza degli ascoltatori, o restare miseramente inchiodato a un testo di presentazione talmente invadente da rendere difficile ogni possibilità di rivincita.

Nulla è per sempre neppure l’inverno di Il mare di Ross mi è arrivato in posta come fosse uno squarcio in cielo, presentato da un comunicato stampa bomba che lo descrive come l’album del gruppo migliore del mondo nel suo genere, con qualcosa in più rispetto agli altri. Da questo punto di vista, questi comunicati (non è l’unico di questo tipo che mi è arrivato) non sono tanto diversi da quelli che leggo per lavoro, dove ogni azienda è leader del settore di riferimento: serramenti, pavimenti in legno, calcestruzzo e cose così. La musica indipendente utilizza a volte metodi di promozione vecchi e ridicoli, uguali a quelli di un qualsiasi settore industriale, che dovrebbe rielaborare e rinnovare, ma che invece adotta.

Il genere di Il mare di Ross è quel post rock virato in post hard core verso il math rock che non va tanto quanto lo pshych ma ha la sua folta schiera di rappresentanti, anche in Italia. Non tutte le volte però si trova una sintesi dei tre stili così riuscita come in Nulla è per sempre neppure l’inverno.
Non so se Il mare di Ross abbia mai pensato di cambiare qualcosa riguardo al cantato. Perché lo screamo è difficile da sostenere senza che diventi una parodia di se stesso, in particolare a questo punto della sua esistenza, dopo anni di dischi, e quando i testi sono fatti solo di struggente negatività, cioè nel 90% dei casi. La fatalità domina nei testi e si raggiungono livelli altissimi di disperazione e mancanza di controllo di se stessi. Frasi come “devo ricordare di dimenticarti” sono tra Massimo Ciavarro e i Fine Before You Came. La corrispondenza tra la disperazione e gli screams è una combinazione tanto automatica quanto deleteria e rischia di trasformare un disco in un’azione tragicomica. Tra lo screamo e il tragicomico il passo è facile. Capisco che non si possa scrivere testi sui fiori e i cuoricini ma facciamo anche basta. Nulla è per sempre neppure l’inverno rischia veramente di fare ridere più che piangere. La disperazione non è sincera, lo so già, non lo pretendo, ma almeno credibile dovrebbe esserlo. Se non lo è, bisogna inventare il misuratore di passione per i dischi: se è troppa, il disco si autodistrugga. (streamo)

Il Pavone Reale dei 64 Slices Of American Cheese

 

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Sicuro, sulle riviste e sui siti veri (a parte qualche rubrica illuminata) è richiesta professionalità per scrivere di musica, cioè competenza ma soprattutto un giudizio personale che non sia ego- ma musico-centrico. Ok, dal punto di vista della competenza niente da dire. Ma è una cosa buona che esistano anche i posti in cui si parla di sé in rapporto alla musica, perché c’è la possibilità di leggere cose diverse. Alcune volte trovi persone che uniscono competenza e racconto e secondo me lì è il massimo. Mi vengono in mente tre nomi, Maurizio Blatto, Matteo Cortesi e Francesco Farabegoli. Al di là di questo, scrivere di un disco raccontando qualcosa della propria vita lo mette in una prospettiva unica e secondo me dice qualcosa della musica. Si riesce a capire questa cosa se si è d’accordo col fatto che scrivere di musica non significa solo mettere nero su bianco quello che la musica fa alla persona ma anche quello che la persona fa alla musica. Cioè la persona inserisce la musica in un contesto perché la vuole in quel contesto, e crea il ricordo. Significa, non lo nego, anche il contrario, perché alcune volte ti trovi ad ascoltare cose che non vorresti mai ma, anni dopo, quei momenti diventano sacri, e la musica è parte indispensabile di essi.

Mi rendo conto che spiegare così le cose sia limitante. Ma forse con un esempio riesco a dare più respiro alla questione. Sono quattro mesi che ogni tanto ascolto Il Pavone Reale dei 64 Slices Of American Cheese. Non sapevo cosa pensare, c’ho messo un po’ di tempo, ma forse ora ho capito. Non è la mia musica preferita, troppi riferimenti, troppe variazioni di stile, troppi passaggi forse demenziali, o forse no perché tecnicamente eseguiti alla perfezione. Però ci suonano persone che conosco da una vita, con le quali ho in buona parte condiviso un periodo molto bello, quello della sala prove a Bagnile. Quindi, conoscere quelle persone, parte di quello che hanno suonato, il fatto che comunque abbiano fatto musica sempre facendo quello che volevano fare, attenua il mio giudizio sulla musica, non so se è giusto o sbagliato ma è così. Il Pavone Reale non è un disco che fai se non lo vuoi fare, talmente è fuori dagli schemi della maggior parte delle cose che si sentono, anche tra i gruppi emergenti e o indipendenti, è un disco costruito molto sui gusti e gli interessi diversi delle persone che lo suonano, che sono molti diversi dai gusti che vanno per la maggiore. E questa è una cosa che mi piace molto.

Ma quello che mi piace di più è che mi ha messo ancora in contatto con la musica di quegli amici, che forse adesso sono persone completamente diverse da come erano 20 anni fa e che adesso non sono praticamente più amici, ma lo erano. A queste conclusioni illuminanti ci sono arrivato oggi pomeriggio. Stavo parlando con la mia ragazza di come passa il tempo e lei ha detto una frase come “questi mesi volano e non ce ne accorgiamo neanche, basta, voglio smettere di lavorare” (spesso lavora anche di sera e nei week end, ndr). Mi è venuta in mente un’altra persona che ha scritto su Facebook di aver affrontato con la moglie, proprio l’altro giorno, l’argomento dell’inesorabile passare degli anni. Il tempo che passa è una delle cose che mi ha spinto ad ascoltare molte volte Il Pavone Reale ed è anche una delle cose che mi ha fatto piacere alcuni passaggi, perché c’ho rivisto e risentito alcuni momenti di anni fa. È sbagliato dal punto di vista della critica musicale, ma non sono un critico e sono contento di non esserlo perché così posso scrivere quello che davvero un disco come questo mi ha fatto sentire, e perché.

STREAMING.

Disco Democristiano: Ha, Ha, He dei Mourn

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La prima volta che mi hanno spiegato cosa vuol dire democristiano mi hanno detto: è una parola composta da “demo” e “cristiano”, una specie di chiamata. “(‘n)demo, cristiano!”. Una battuta che negli anni 80 andava fortissimo. Me la disse mio zio, socialista deluso, poco dopo Craxi, e io ero piccolo. Negli anni a seguire i miei mi insegnarono a identificare la persona democristiana, cioè che votava la DC, come IL NEMICO. Mio babbo definiva “demucristien” chiunque avesse l’inclinazione a essere gentile con tutti ma in fondo puntasse a fare solo il proprio interesse (diverso da “sucialesta”, che era uno che divideva le cose con gli altri ma alla fine ne prendeva sempre più di tutti). Quell’avversione casalinga, che il Compromesso storico non aveva fermato realmente ma solo attenuato superficialmente, crebbe poi sempre di più in parallelo alla vergogna che su tutto il territorio nazionale si sviluppò nei confronti dello scudo crociato, nel corso degli anni 90. Vergogna come di fronte a una cosa da nascondere. Infatti, c’erano democristiani dappertutto ma erano nascosti dentro ai partiti di Berlusconi, di Prodi, e dentro alla Margherita di Rutelli. La Prima Repubblica era finita e la convivenza era diventata la norma. Non tutti presero troppo bene questa cosa, neanche gli adolescenti come me, inesperti, non ancora disillusi, cresciuti in un clima educativo separatista e, all’improvviso, con un padre che votava moderato. Non m’interessavo troppo di politica, tranne quando c’era da fare autogestione a scuola, perché era molto più importante la musica. Un giorno insieme ai miei amici scoprii che la “demo”, la cassetta su cui registravi le canzoni della tua band, era esattamente l’inizio di demo-cristiano. Com’era possibile? Ritenevamo importanti queste e altre stronzate simili. Anche in casa non avevamo la misura giusta delle cose però. E non prendevamo seriamente di essere costretti, vinti dall’affetto, a tollerare un nemico in famiglia: mia nonna materna, andreottiana di ferro, l’unica se ne fotteva veramente del Compromesso storico. Ecco, penso che quella convivenza mi abbia insegnato alcune cose, positive o negative dipende da come mi gira, ma sicuramente universali.

Se non posso fare altro che seguire regole nella maggior parte della giornata, è molto bello non seguirle quando ascolto musica. Sento quello che voglio, se mi piacciono I cani è sfiga, ma così stanno le cose. Dentro a Ha, Ha, He dei Mourn (questi, non questi) c’è tutto quello che potrei avere eventualmente voglia di riascoltare ma anche no: Pixies, Breeders (Brother Brother), Neil Young (The Unexpected), Sonic Youth, Sleater Kinney, Smiths, Joy Division. Un frullato delle solite cose. Non c’è neanche una regola che riveli come bisogna reagire di fronte a un disco-frullato, anche perché tutto è relativo, cioè per esempio quello che è solito per te non lo è per me e così via. Credo che ascoltare musica abbia ancora senso perché succede che certi dischi mi colgano ancora di sorpresa quando non credevo che avrebbero potuto, perché il giudizio sincero non è una cosa che si riesca a gestire con concetti prestabiliti. Non sono sempre i dischi della vita, ma neanche di misteriosissimi guilty pleasure di cui vergognarsi per finta. Si tratta solo di presa bene.

La presa bene è un termine ormai inflazionato ma che rende l’idea. Si può riferire a tutto, mangi una pizza? bevi un cocktail rinfrescante? Sei preso bene. Ma mentre in questi casi non c’è altro da aggiungere, la presa bene per un disco è un po’ diversa. Nasconde una specie di consapevolezza che non sia proprio il disco che passerà alla storia come SEMINALE ma esplicita un chissenefrega grosso come una casa e una gioia sincera e spontanea nell’ascoltarlo. Tra poco mi risveglierò, o forse no, ma adesso sono preso bene. È un treno in corsa e finché è così è difficile smettere. Ha senso scrivere di musica anche per la presa bene di questo tipo, una vera fonte d’ispirazione.

Ha, Ha, He non ha niente di cui mi stupisco ma l’ho addirittura scaricato e ogni volta che mi sono trovato davanti a iTunes negli ultimi mesi l’ho sempre messo su e l’ho ascoltato.

È pieno di suoni per niente fastidiosi, con gli spigoli smussati come quei sassolini che trovavo al mare sulla spiaggia, levigati dall’acqua salata, che anche se li lanciavo sui morti di sole per interrompere l’incantesimo dell’immobilità della lucertola, li svegliavo ma non li pungevo. Loro puntavano gli occhi stralunati in una direzione a caso, si giravano dall’altra parte e io me ne andavo deluso dal mio tentativo non riuscito di essere fastidioso fino in fondo. I passaggi più ripidi del disco (Storyteller, President Bullshit) sono del tutto innocui. È un disco che assimila la lezione di quei gruppi mammasantissima ma li ripulisce di qualsiasi profondità, negatività o segno di vita interiore e strizza l’occhio ai fan più esigenti, a quelli che si accontentano e a chi non li conosce. Non m’interessa che gli originali vengano svuotati, perché quegli originali rappresentano così tanto la normalità da essere presi come modelli per piacere a un pubblico più ampio possibile, e già questo significa essere stati svuotati. Svuotati una volta in più o una volta in meno non cambia nulla.

Oggi il termine “democristiano” è molto usato, a me piace molto, si usa per le persone, per dire che sono paracule, non ha per forza una connotazione politica ma è molto efficace. Si può dire anche “doroteo”, così, per variare, dalla fazione omonima della DC, quella più aperta, illuminata, pro sesso libero e anale. No scherzo, erano quelli più cattivi e invischiati negli interessi della Chiesa e degli industriali. Proprio oggi è tornata in voga (c’era già stata? boh, non so, i dirigenti dei social network dicono così) la catena dei democristiani su facebook. Lo statuto dice

L’idea è di riempire Facebook con i democristiani (magari anche di qualità). Se questo post “Ti Piace”, ti darò una lettera e il tuo compito sarà quello di pubblicare sul tuo profilo un esponente democristiano il cui cognome inizia con quella lettera, insieme a questo testo.

Ed è bellissimo, perchè fa molto ridere e vengono fuori cose come “Mi è stata assegnata la R e, scartabellando in giro, ho trovato il bel doroteo Mariano Rumor, qui ritratto al Parlamento Europeo mentre ascolta i Report dei Throbbing Gristle“.

Ne deduciamo che i Throbbling Gristle sono un gruppo democristiano, soprattutto tra l’81 e il 2006. E deduciamo anche che “democristiano” si può usare anche a proposito di un disco. Il disco dei Mourn è democristiano, un colpo di qua e uno di là, nel tentativo di non dividere e di piacere a tutti, per allargare la schiera di fan. Un democristiano è uno che sa come ottenere consenso. Cercare consenso è ok, ma alcune volte porta a scelte non condivisibili, per esempio il fatto che si finisca a suonare come tutto e come niente, per non rischiare di spingere troppo in una direzione e perdere il pubblico che va nella direzione opposta. Se i Mourn li suonano a una festa in spiaggia tutti si chiedono chi sono, però tutti li ballano.

Ha, Ha, He è uno dei tanti dischi democristiani, e di sicuro non è neanche il migliore. Un disco democristiano è per esempio Gran Prix dei Teenage Fanclub, o uno qualsiasi Franz Ferdinand, dove si appiattiscono completamente i riferimenti su un suono monotono. Non tutti i dischi pop sono democristiani, credo, perché in qualche modo a volte dividono il pubblico, al contrario di un disco DC.

Ci sono tantissimi dischi democristiani quindi, ma non è questo il punto. Il termine democristiano riferito a un disco non è ficcante come quando è riferito a una persona. Un comportamento democristiano può avere conseguenze gravi in alcuni contesti, ma un disco democristiano non può diventare una questione di vita o di morte. Quali conseguenze potrebbe avere sulla musica che verrà? Moltissime, ma non c’è nessuno che realmente ti sta ingannando, fregando, mentendo, come invece fanno le persone con un atteggiamento democristiano. Poi, posso impedire alla musica democristiana di fare parte della mia vita. Il problema, che non è un problema, nasce proprio nel momento in cui non ci riesco. A quel punto si tratta di accettare qualcosa che non mi appartiene del tutto, come se mi appartenesse, perché la voglia di ascoltare Ha Ha He viene da me. Lo faccio con serenità, ma sento che è una roba che spinge. Il titolo del disco mi ha ricordato Chris Leo che ride dentro a una canzone di cui non ricordo il titolo dei Native Nod. E qui torniamo alla presa bene.

Ha Ha He sembra un disco fighetto in realtà è roba scritta in due minuti e sembra roba fatta in due minuti in realtà dietro c’è una produzione molto attenta, che si lascia scappare solo un pezzo, Evil Dead. Roba scritta in due minuti che è anche roba super prodotta e viceversa, ma il risultato non sembra né l’una né l’altra cosa. Sulla carta, è un lavoro riuscito, perché non è che poi i Mourn volessero fare un disco con idee originali, nessuno lo voleva, nessuno se lo aspettava. Loro sono serissimi ed enfatizzano un sacco le melodie. Proprio per questo diventano divertenti e si lasciano ascoltare. E sarà che mi sto mangiando un matalone (questa l’ho scritta un mese fa almeno, nella stagione dei mataloni), e anche se sto sporcando di zucchero appiccicoso la tastiera sono contento, ma ho appena messo Ha, Ha, He in cuffia per l’ennesima volta. E sto pensando al fatto che il demo (Otitis) non era meglio, era sempre un po’ demo, ma mano christiano, suonava più sincero.

Accettare me stesso perchè ascolto a ripetizione i Mourn è una cosa buona? Cattiva? È cattiva nella misura in cui vorrei essere duro e puro. Ma mi sono reso conto di non esserlo, quindi è una cosa buona, perché è quello che mi viene spontaneo fare. Spontaneità o non spontaneità, sta di fatto che una sola è la cosa importante: anche in questo caso ho il nemico in casa e non solo lo sopporto, ma lo supporto, proprio come facevo con mia nonna.

Una domanda a gruppo. L’Italian Party 2016.

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La decisione l’ho presa col mio solito piglio deciso, si gliele mando, no non gliele mando, ma dai c’è poco tempo. All’inizio avrei voluto chiedere ai (tantissimi) lettori di neuroni di inviarmi le domande per l’Italian Party, poi le avrei girate a Luca Benni, lui le avrebbe girate ai gruppi, loro avrebbero risposto, forse. Avremmo finito a settembre. In più, non potevo sapere che domande sarebbero arrivate. E neanche quante. Ci voleva un incentivo, un regalo, una compilation, dei disegni, un gabbietto di fichi direttamente a casa. Difficile. Niente, no, non era una buona idea. C’è un articolo su Prismo che parla di farla finita col mito dell’autore. Io lì volevo arrivare. La prossima volta mi sveglio prima. Per questa volta, abbiamo fatto in un altro modo: ho mandato le domande a Luca Benni, lui le ha messe in un gruppo segreto di Facebook, tutti hanno risposto.
Contemporaneamente, si avvicinava il matrimonio di un mio amico, il 6 agosto. Se ne parlava con gli amici, naturalmente abbiamo fatto il gruppo su whatsapp “Addio al celibato di Gino”, il gruppo più inutile della storia, in cui per circa due mesi c’era solo un messaggio: “Dobbiamo decidere cosa fare”, e poi il silenzio. Non avevamo deciso neanche se fare qualcosa. Finchè non è arrivato Diego, aggiunto all’ultimo perché usa solo Telegram lui, ha messo lì un link a una compilation, questa, e ha scritto: “no io volevo dire solo una cosa… il Gino dei tempi d’oro era tutto concerti ballo e stage diving, quindi per me la miglior soluzione è andare tutti all’Italian Party per fargli fare crowd surfing coi Riviera”. Tutti d’accordo, sembra. Non facciamo chissà che agli addiii ai celibati, non siamo molesti, non ci ubriachiamo neanche, l’ultima volta abbiamo mangiato in un ristorante ad Ardiano di Montecudruzzo, poi siamo tornati a valle in un locale a Cesena. Era chiuso. Dove andiamo adesso? A casa. La volta prima eravamo in un ristorante brasiliano. In un ristorante brasiliano. La ballerina ha sgridato lo sposo perché non sapeva ballare, lo sposo si è rifugiato in una ventenne che voleva andare con lui al Rock Island in bici. Dopo un minuto in piedi sul portapacchi è sceso ed è tornato indietro.
Ogni volta che ci capita siamo in difficoltà, prima e durante, andiamo in cresi. Però questa volta addio al celibato all’Italian Party suona bene. Il cuore oltre l’ostacolo. Non so ancora se succederà davvero, l’incertezza ci governa, per ora però ecco le domande ai gruppi che suonano, una per gruppo.

(Delta Sleep)
Dopo la BrExit, ho letto che potrebbero cambiare alcune cose per i gruppi del Regno Unito che vogliono suonare nei paesi dell’UE. Una complicazione potrebbe essere l’aumento del costo di trasporto degli strumenti, o il visto obbligatorio. Sapete qualcosa di più preciso? Fino a che punto per voi queste conseguenze potrebbero rappresentare un problema? 
Grazie Luca! Yes that is a dark consequence of the shitty predicament of our country. But I don’t think those laws will come into action anytime soon. Maybe in a couple of years we’ll start seeing that. But for now… FACIAMO FESTA TUTTO INSIEME BITCHES!!!

(Giona
“Per tutti i giovani tristi” è molto più diretto rispetto ai dischi di L’Amo, che per alcune scelte erano più coraggiosi. Ti ho sempre visto come uno scrittore per niente circoscrivibile. Da questo punto di vista, mi sembra che il disco di Giona prenda un’altra direzione: ha un mondo preciso di riferimento, la new wave punk, ed è quindi più monotono nella scrittura e nel suono. È l’adeguamento a un genere o lo sviluppo dell’esperienza precedente con L’Amo?
Hey, mi hai fatto ragionare su una cosa su cui non mi ero mai soffermato. Credo che alla base della mia musica, della mia grammatica, ci sia la musica con cui sono cresciuto e che alla fine è rimasta. La New Wave/Post-Punk c’è sempre stata, c’è e credo che sempre ci sarà, mentre tutto il resto delle cose a cui m’interessavo fino a un paio d’anni fa, ora, non ci sono più. Insomma, se prima potevo passare da un disco Dark Ambient a uno Screamo, giusto per usare dell’etichette, oggi, piuttosto che cambiare disco, riascolto la discografia dei Vaselines. Forse questa cosa è strettamente connessa all’invecchiare, alla mia minore curiosità per tutto, anche per la musica, che si riflette nella pratica con il riascolto dei miei dischi preferiti in Mono, anziché seguire le nuove uscite. E’ un po’ brutto ammetterselo, ma non sono affascinato né dalla sola sostanza, né dalla sola forma, ma dalla sostanza dalle forme perfette, da quei personaggi che per tutta la vita hanno investigato la stessa sostanza, fino a esprimerla con la forma migliore. Il prossimo disco, soprattutto grazie alla presenza di Michele e di Nasty, ci stiamo lavorando assieme e siamo a un buon punto, sarà meno un blocco granitico di reverberi – che comunque ci saranno! – e più un prisma di melodie Pop. O almeno di quello che noi intendiamo per Pop.

(Dags!)
Associo l’emo a un periodo preciso della mia vita, passato da qualche anno. È come se il vostro disco nuovo guardasse a quel passato come a una stagione finita ma che avete dentro. Suona come l’età adulta del genere, rimanendogli fedele. I testi sembrano indicare una consapevolezza della fine, ma siete totalmente dentro al genere musicale. È plausibile o sono fuori strada?
La risposta è chiaramente nella domanda, e in un certo senso possiamo essere d’accordo, ma è tutto molto meno “calcolato” di come suggerisci tu; fondamentalmente cerchiamo di suonare quello che ci piace, senza dare particolare importanza ai canoni del genere.
Siamo un gruppo piccolo che vive di situazioni piccole, le spinte e le “pressioni” albergano solamente in saletta dove cerchiamo di migliorare di prova in prova con l’obiettivo di spingerci sempre un passo più in là, sia a livello compositivo che sul mappamondo.
Credo sia, di fatto, un approccio sano alla musica in cui si da maggiore rilevanza al piacere di suonare, senza dover a tutti i costi sentire il bisogno di fare un disco di genere con la speranza che venga accettato per questo.
Che il nostro poi sia un disco di genere o meno sta più a voi che a noi giudicarlo, dal nostro punto di vista la cosa bella resta esplorare, inciampare e costruire un po’ alla volta, partendo da punti anche inaspettati attraverso un iter esplorativo e compositivo che si autoalimenta; quello che è certo è che non ci sforzeremo di scostarci da quello che ci viene naturale fare per sentirci o non sentirci dentro a una storia già scritta.

(Labradors)
Adesso, quando ascolto “The Great Maybe”, lo trovo un po’ malinconico. All’inizio non era così, ho cambiato idea ascoltandolo. Come ascoltatore, posso dire che succede. Com’è invece dall’interno? La lettura di una canzone che avete scritto può cambiare nel tempo? Suonarla molte volte dal vivo cambia la prospettiva con cui la interpretate?
Ciao, siamo contenti che hai beccato questo aspetto della nostra musica! Specialmente nel disco nuovo ci sono pezzi che risentendoli fanno scendere la lacrimuccia anche a noi, un pò per le tematiche un pò per l’approccio melodico più malinconico, appunto. Ci capita di avere un sacco di nostalgia risentendo le nostre cose vecchie, per via dei tanti ricordi legati alle canzoni e tutto ciò si riverbera anche nei live. In generale penso che la musica invecchiando si porti dietro una sensazione di affetto e nostalgia come per un vecchio amico. Magari non quella dei Cattle Decapitation, ma non ci giurerei.

(Marnero)
In maggio avete suonato a “Bologna Brucia 2016”, la manifestazione di protesta seguìta allo sgombero dell’Atlantide, chiuso perché dichiarato “fuorilegge” dal sindaco Merola. Il Comune ha interrotto il dialogo all’improvviso e non si è comportato allo stesso modo in situazioni analoghe. Quelli dell’Atlantide, al contrario del Comune, hanno capito che, fallita la mediazione, è necessario trovare nuove strade di occupazione. Bologna ha rieletto lo stesso Sindaco, anche se al ballottaggio. C’era da aspettarselo perché alla gente, in fondo, non interessa o poteva essere un buon motivo per mandarlo a casa? Il fatto che una questione così indicativa del modo sbagliato di gestire il dissenso non abbia portato a niente è più frustrante o fa più incazzare?
Non siamo stupiti di niente, né dai risultati delle elezioni, figuriamoci dal comportamento delle istituzioni. Riguardo alla gestione del cosiddetto “caso Atlantide” è stata palese la non-volontà di prendere una posizione politica da parte dell’amministrazione Merola, che nella sua incapacità di interpretare un fenomeno complesso e vitale come Atlantide ha avuto atteggiamenti contraddittori e ambigui facendo alla fine prevalere la linea legalitaria/securitaria, riducendo il problema a una mera questione di ordine pubblico.
Noi, come individui e come band, siamo nati e cresciuti ad Atlantide e nei centri sociali occupati, e conosciamo bene l’arbitrarietà del confine stabilito fra il “legale” e l'”illegale”. L’illegale è spesso lo spazio in cui si conquista l'”Altrimenti”, una possibilità di fare qualcosa che ci è “necessario”; la legalizzazione di queste esperienze è spesso l’anestetizzazione della possibilità di fare le cose in quel modo (un “Come”). Ed è un po’ il percorso forzato del Punk, che è tale solo quando attua dei ribaltamenti.
Il Bologna Brucia è stato semplicemente l’epifania più clamorosa di questa demenziale miopia/cecità politica: la manifestazione è stata regolarmente autorizzata dalla questura come “manifestazione politica”, ma poi ci hanno denunciato perché abbiamo, guarda un po’, fatto della musica dicendo che era un “festino illegale”. Ed è proprio questo che rivendichiamo: la musica che abbiamo fatto in quella piazza era proprio una cosa politica, e dunque… fare della politica è illegale. Pensare è illegale. Esprimersi è illegale. Quella manifestazione era politica, e infatti i giornali ci hanno pure fatto una settimana di campagna elettorale sopra.
Bologna, con tutte le sue contraddizioni, è passata dall’essere incubatrice di sperimentazioni sociali e fermento creativo sotterraneo, a triste lunapark per erasmus e far west speculativo per i leader del capitalismo dal volto umano: l’idea di progresso del PD perfettamente incarnata dalla sostituzione di McDonald’s con Eataly, fast vs slow food, Farinetti e il suo baffo rassicurante vs la parrucca cotonata di Trump. E questo nuovo sistema prevede anche al suo interno spazi di antagonismo “legale”, autorizzato, per potersi sentire antagonisti mentre si balla in una discoteca alternativa, uguale identica a tutte le altre discoteche per lobotomizzati da schermaglie precoitali. Il trionfo del bispensiero di un mostro politico che sgombera, reprime e soffoca, e trent’anni dopo ti fa pagare il biglietto per una mostra fotografica sul ’77. E probabilmente, nel 2033, ti farà pagare un biglietto anche per una mostra su Atlantide.

(Minnie’s)
L’ultima volta che vi ho visto dal vivo Luca ha parlato della situazione in cui ti trovi quando fai un lavoro durante tutta la settimana e al venerdì sera fai 200 chilometri in macchina per andare a suonare. Non è facile ma lo fai perché è quello che ti tiene in vita. Voi avete una storia lunghissima, e alcuni progetti paralleli, ognuno dei quali (credo) vi soddisfa in modo diverso. Avete mai pensato di trasformare la musica in una professione? Quali aspetti positivi e quali aspetti negativi ci vedreste?
200 hai detto?! Magari… A volte capitano trasferte da 3/400km, di venerdì pomeriggio, con conseguente senso di disorientamento, di colpa e di responsabilità che si mischiano per il ritardo che inevitabilmente rischiamo di accumulare ogni volta e per la voglia di fare le cose per bene.
La fortuna è che quando si mette piede sul furgone è come staccare la spina con il resto del mondo. È un luogo sicuro per noi.
Piano, piano le distanze si assottigliano, il viaggio verso il concerto diventa l’unico pensiero. Perdiamo di vista i cellulari e ascoltiamo la musica, parliamo. Insomma torniamo “umani”.
Non so se trasformare la musica in una professione ci permetterebbe di fare canzoni migliori. Ogni volta che ci penso, mi domando “Perché dovremmo?” Ne abbiamo parlato tante volte in questi anni a dire il vero ma non ci abbiamo mai pensato veramente.
Ricordo ancora il primo tour in Germania, suonavamo di supporto a una punkrock band di Chicago, i Digger. Avevano pubblicato da poco un disco su Hopeless e ci guardavamo dai loro compagni di etichetta come ci si guarda da un nemico. Parliamo di gente come Samiam, Dillinger Four, Guttermouth. Band strepitose, eppure… era come se avere successo fosse l’unica molla che tenesse in piedi il gruppo. Avevano basato tutto il loro futuro su quel disco e su quel tour fatto di concerti in squat e club sui quali ci trovavamo a suonare insieme, quasi per caso. Ricordo la loro tensione nel desiderio di farcela con un po’ di terrore.
Non ho mai smesso di pensare un singolo giorno di fare musica che avesse valore per me e per i miei amici, per le persone a cui teniamo. Questo è quello che conta per noi!

(Riviera)
Siete stati un po’ di tempo senza fare concerti, ora siete tornati. Dall’esterno, questa cosa, quando succede, sottolinea forte il passare del tempo. Alcune volte mi sembra che il tempo che passa sia per forza sinonimo di un cambiamento musicale in corso. Naturalmente, aspetto il nuovo disco. Avete già idee? Musicalmente cambierà qualcosa rispetto a “Riviera”?
Per Riviera tornare significa sempre riprendere in mano qualcosa, una sfida dati i mille problemi logistici, e quando ci sembra di essere di nuovo in pista spesso succede qualcosa. accettiamo ogni cambiamento col sorriso, senza farci prendere del panico. Riviera è da sempre il risultato di quello che ci capita a livello personale, per questo è difficile pianificare qualcosa, vale anche per il discorso musicale. Un po’ di pezzi in cantiere, che rimangono sempre sul genere (che solo gli esperti del settore sanno definire esattamente), noi di base ci siamo, carichi.

(Leute)
A fine maggio è uscito il vostro disco. Ve l’ha prodotto Legno. Com’è nata e come è andata la collaborazione?
Abbiamo incontrato Jacopo e Marco a pranzo dal self service Il Picchio a marzo, perché gli era piaciuto il disco per davvero. Ci hanno detto che avrebbero voluto publicare con Legno per la prima volta un disco che non fosse dei FBYC, ed è stato un onore. Ci siamo trovati benissimo, abbiamo lavorato insieme all’uscita del vinile, alle grafiche e a tutto il resto, continuiamo tuttora a collaborare.

(Lags)
Voi siete di Roma. Il 6 maggio la Questura e il Prefetto hanno imposto la chiusura del Dalverme, associandolo ad attività delinquenziali, per disturbo alla quiete pubblica e perché sarebbe un’attività commerciale mascherata da culturale. Il circolo ha riaperto il 4 giugno. La Questura, interrogata anche dal V Municipio, non ha ancora fornito chiarimenti sulle accuse, infondate, aprendo così un periodo di incertezza che vede il Dalverme imputato in un processo penale. Il lavoro socio-culturale svolto, di natura associativa, e più volte sottoposto a verifiche, superate, non viene minimamente preso in considerazione. Voi cosa pensate della vicenda?
Che dire, la vicenda del Dal Verme è alquanto controversa, apre scenari inquietanti per il nostro territorio e crea dei precedenti pericolosissimi per qualsiasi realtà associativa in Italia (per chi non conoscesse i fatti, invito tutti a farsi una piccola ricerca su Google). Abbiamo cercato anche noi di supportare le iniziative a scopo benefico che sono seguite alla chiusura dello spazio e ci siamo impegnati insieme a Luca Benni ad organizzare un festival To Lose La Track nella capitale chiamato appunto #riapriamoildalverme.
In parte siamo cresciuti umanamente e musicalmente anche fra le 4 mura del Circolo Dal Verme, per cui è stato spontaneo per noi prendere una posizione netta.
Siamo consci che l’appoggio ricevuto da un’intera comunità di musicisti (non soltanto della capitale) abbia comunque messo in luce degli interrogativi importanti e siamo certi che i semi piantati negli ultimi mesi porteranno nuovi e buoni frutti; se così non fosse significa soltanto che dobbiamo fare di più, o che non abbiamo fatto abbastanza

(Shinebox)
Avete suonato in giro per l’Italia, con i Linea 77, quindi anche in situazioni create per un pubblico potenzialmente più ampio rispetto all’Italian Party. Cosa vi piace di più e cosa di meno di entrambe le situazioni?
Ciao e grazie per la domanda. Dobbiamo ammettere che in 9 anni di attività abbiamo raccolto molto più di quanto avessimo mai osato sperare agli inizi. Ci diamo una bella pacca sulle spalle, abbiamo avuto un po’ di fortuna conoscendo persone importanti per il nostro percorso, ma crediamo anche che gran parte dei meriti siano da attribuire alla nostra infinita passione e voglia di crederci sempre.
Esperienze come quella al Groezrock o con i Pianos Become The Teeth ci hanno regalato un sogno, la sensazione di essere parte di una scena enorme che abbiamo sempre seguito, amato e che ci ha ispirati fortemente. La possibilità di suonare in questi contesti e davanti ad un pubblico anche internazionale rappresenta una grande emozione e una grande occasione di crescita ma soprattutto offre la possibilità di far arrivare il proprio messaggio molto più facilmente ad un vasto numero di persone.
Siamo altrettanto fortemente debitori nei confronti dei “piccoli concerti”, sicuramente la stragrande maggioranza delle nostre esperienze. Concerti sudati, a volte arrangiati, ma pur sempre goduti.
Certamente dispiace quando molti sforzi di band e locali vengono vanificati da un pubblico esiguo e distratto, un danno enorme per tutta la scena.
Crediamo che questo Italian Party rappresenti un momento altrettanto bello nel nostro cammino, avendo grande stima sia per Luca e il suo lavoro che per tutte le band con cui avremo la fortuna di dividere il palco.

(Crtvtr)
Raccontatemi un po’ del tour in Europa. E di quello con i Muscle Worship. Come sono andati?
Oh, ho un sacco di confusione nel dividere le date in gruppi quest’anno perché ci abbiamo dato davvero dentro. Molto bene. Il tour europeo è il nostro quarto o quinto, ma sicuramente quello più completo, abbiamo fatto 15 concerti in 16 giorni, di cui due in un giorno solo. Abbiamo registrato un’improvvisazione con l’artista di musica concreta EMERGE che verrà pubblicato dalla sua etichetta Attenuation Circuit, E poi a Brno abbiamo registrato due pezzi live in studio con telecamere da cui trarremo dei video live per una realtà molto interessante che si chiama Black Tone Music, una sorta di youtube radio, che cura molto immagini e suoni. Oltre a questo le date, alcune memorabili come Berlino, Praga, Vienna, Biel o la stessa Brno. In alcuni paesi come la repubblica Ceca siamo tornati spesso e abbiamo un po’ di amici e seguito, più che in certe città Italiane. Ma dopotutto è giusto così, ci piace l’idea di muoverci lungo le maglie di una scena DIY internazionale, dove ci si sente sempre tutti a casa. Idem il tour con i Muscle Worship, con cui abbiamo girato gli Stati Uniti nel 2014: è stata prima di tutto una rimpatriata, la voglia di farli stare a casa nostra e presentargli amici e parenti. Anche se sono un gruppo della stramadonna e uno dei migliori live act che mi sia capitato di vedere. Sono state solo 5 date, ma tutte belle, e abbiamo registrato qualcosa insieme nel nostro studiolo, una sorta di Muscle Worship & Friends, con Pete, Giovanni alla batteria e io a supportare Sean alla chitarra. Anche questo quando sarà finito verrà pubblicato su uno split. Sono partiti da Genova mezz’ora fa, sono ancora coi lacrimoni . In fondo smuovere la gente è la ragione per cui facciamo tutto questo no?

(Urali)
Una volta mi hai scritto che l’interpretazione di un pezzo può essere più complessa di quanto non sia in realtà l’input da cui il pezzo è nato. Bello come punto di vista, sottolinea la distanza tra critica e pratica. Vorresti dirmi di più?
Sarà forse banale dirlo ma l’intenzione dell’atto creativo, se sincera e se potente a livello emotivo, rende superfluo quello di cui parla una canzone. Mi spiego meglio: per creare uno stato d’animo occorre che tu sia il primo a provare qualcosa, ed è questo qualcosa che ti deve spingere a creare. Poi le parole assieme al resto creano una piccola opera che funziona autonomamente, fuori da ogni contesto, tempo e spazio.
Per me è l’unica condizione creativa possibile, diciamo. È anche un limite a volte, perché con la fruizione iper veloce che c’è adesso, avere tempi di scrittura lunghi non è un bene a livello puramente promozionale, ma pazienza. L’input di cui parli è solo il principio, tramite il processo creativo anche l’autore stesso presumo scopra altre sfaccettature di sé, a livello musicale ma anche personale. Insomma questo input (che dev’essere giocoforza innato e spontaneo) va coltivato, accettato, a volte anche rinnegato.
Ed è un iter che poi si ripropone quando il prodotto è finito e arriva all’ascoltatore che se ha orecchie e testa per approfondire parte dalla superficie e poi approfondisce quello che ascolta.

(Baffodoro)
Ho visto che in marzo avete fatto alcune date. È difficile trovare da fare concerti? Per farlo, trovate spesso il supporto di altri gruppi o delle etichette?
A marzo tre belle date concentrate in pochissimi giorni, tra le quali la serata speciale alla Fermata 23 per il compleanno di To Lose La Track. Abbiamo sempre vissuto il live come un momento per aprirci e accrescere il nostro orizzonte… sia dal punto di vista musicale che umano. I concerti, prendendo spunto proprio dalla tua domanda, sono da sempre per noi il canale preferenziale per allacciare nuovi collegamenti, per non restare intrappolati in categorie predefinite, sforzandoci di lavorare per organizzare e condividere… e questo, sì, è difficile, c’è da tenersi costantemente attivi.
Per le date ci siamo sbattuti a fasi alterne, ultimamente (…diciamo pure anche ultimi due o tre anni!) abbiamo inevitabilmente rallentato presi dalle vite private, famiglie che crescono, attività lavorative, la quotidianità insomma… Malgrado questo, tante occasioni si sono presentate da sé, un segnale per noi che molti frutti arrivano anche a distanza di tempo.
Nella scelta delle date un elemento che ha rivestito via via sempre più importanza per noi è la disponibilità di uno spazio adatto per i visuals, che da tempo ormai rappresentano il nostro settimo strumento.
Negli ultimi anni un riferimento importante è stato il Red Noise di Reggio Emilia, che sotto la guida di Olivier Manchion e grazie al contributo di varie band ha portato nuova linfa in territorio emiliano.
Lo sforzo più impegativo è ovviamente quello di allargare il confine, portare i nostri suoni anche a platee geograficamente distanti. Dopo alcuni “microtour” autogestiti negli scorsi anni (Val d’Aosta, già Umbria, Puglia) questa dell’Italian Party è per noi una nuova opportunità, un grazie speciale va quindi a To lose la track, Luca Benni e Anna Migliorati.

(McKenzie)
Siete il gruppo che conosco meno tra quelli che suonano al Festival, a parte i Bennett. Mi raccontate un po’ chi siete?
McKenzie nasce nel 2015 e si compone di membri de icanidisara e DiCose. Registra il primo ep nel giugno 2015 in una casa di fronte al Mar Tirreno e pubblica 100 copie fatte a mano, con la copertina di Pasquale De Sensi e la grafica di Freshinkstain. Nel gennaio 2016 esce EP sotto La Lumaca Dischi e con la supervisione di Black Candy Records. McKenzie disfa il rock degli anni ’90 e lo miscela. Il suono è istintivo e sporco di saletta, i testi (in italiano) non sono proprio leggeri, nei nostri primi brani si parla di dinamiche relazionali che improvvisamente non funzionano più e lasciano con la nera incertezza del “cosa rimane”.

(Tante Anna)
Una domanda per Alessandro Baronciani. Come illustratore, negli anni, la tua platea si è allargata tantissimo. Da questo punto di vista i fumetti, Altro e Tante Anna sono tre progetti paralleli ma con intenzioni, o esiti, differenti. Tante Anna si può considerare il lato più oscuro della tua personalità e quindi quello rimasto più nascosto?
Risposta! Suonare in una band non è uguale a disegnare. Quando disegno sono da solo, non devo andare a prendermi all’aeroporto e so quando sono impegnato in qualche consegna; quindi riesco a gestirmi il lavoro e tutto diventa abbastanza facile. Quando suono, invece, c’è questa cosa magnifica che bisogna incontrarsi e andare d’accordo – in più persone – e anche contemporaneamente. È molto più difficile oggi con gli Altro che vivono ormai da un po’ di anni in tre nazioni differenti. È più semplice, invece, con Thomas con cui suono nei Tante Anna. È un gruppo più scuro e “sporco” degli Altro perché é la somma che fa il suono, l’intenzione e il divertimento. Siamo in più persone a decidere. Quando disegno decido tutto da solo e non è divertente. Quando suoniamo facciamo una cosa complicata, spesso quando facciamo canzoni nuove entrambi cambiamo nota quando è il momento di cambiare nota. Spesso con la nota giusta. Nello stesso momento. Questa “accordo” è eccezionale. Io e Thomas abbiamo iniziato facendo le cover dei gruppi dark che ci piacevano che avevano una batteria elettronica come base. Le cover non venivano mai bene, e allora abbiamo provato con delle basi default a fare delle canzoni nostre e poi ci siamo divertiti a crearne di nuove sperimentando. Entrambi siamo appassionati di musica dark e quando abbiamo iniziato non ci è venuto neanche un dubbio su come dovevano suonare i Tante Anna.

(Bennett)
Chi c’è dei Chambers e chi dei Disquieted By? Che roba fate?
Siamo io (Tommaso) e David dei Disquieted By, Gigi dei Chambers e Ale degli Autumn Leaves Fall In. Che roba facciamo, melodico e pesante.

Gli altri gruppi che non sono nella compilation sono tutti qui: Baffodoro, McKenzie e Tante Anna, a parte i Bennett il cui unico segno di vita in pubblico si trova solo su Neuroni, per il resto non esisteranno fino a domenica 17 luglio, il giorno dell’Italian Party a Umbertide.